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T E L E S I O   I N T E R L A N D I

CONTRA JUDÆOS
Prima ristampa dalla fine del secondo conflitto mondiale , 2006
Nota del Curatore della prima ristampa (quale e-book) di questo libro,inedito dal dopoguerra in poi. CONTRO LA POLIZIA DEL PENSIERO
E LE ‘ TOGHE DI GIUDA’

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“ .. inviamo al sig. procuratore della repubblica i testi
sequestrati più interessanti. In primis uno studio a firma -
del’avvocato  Edoardo Longo di Pordenone..”

(da un sequestro della Digos al procuratore della repubblica di Verona, marzo 1993)

“ L’avvocato Edoardo Longo professa l’ideologia nazista”.
(dichiarazione d’accusa del dott. Antonello Fabbro, giudice, mio persecutore , teste d’accusa nei miei confronti, 
avanti al tribunale di Pordenone,2002).

“ L’avvocato Edoardo Longo è un neonazista”.
(dichiarazione d’accusa del dott. Federico Facchin, pubblico ministero, quale teste dell’accusa,
mio persecutore, avanti al tribunale di Bologna, marzo, 2006).


Quando lessi un anno fa, per caso, che il libro di Telesio Interlandi contra Judaeos dopo la guerra era stato gettato al macero e mai più ristampato perché giudicato il testo più biecamente antisemita pubblicato in Italia durante il ‘bieco ventennio fascista’, decisi che ne avrei trovato una copia superstite e lo avrei fatto ristampare. A costo di farlo a mie spese, vista la penuria di editori coraggiosi esistenti in Italia.

Ecco, ai lettori del web, il libro.

Ho mantenuto la promessa.

Il testo che segue è stato reperito fortunosamente in una sperduta biblioteca di provincia, mentre

ammuffiva in uno scantinato. Grazie a un determinato e valido camerata, l’amico Giampaolo Speranza che

qui ringrazio, lo abbiamo fotocopiato e digitato nella presente versione elettronica, affinché giri libero e

veloce sulle imprendibili rotte del web, lontano dall ‘ Occhio Malefico della giudaica Polizia del Pensiero

che sorveglia le case editrice.

Vola , piccolo libretto mordace, vola libero come un vascello pirata, lungo le sterminate rotte della

comunicazione del futuro, ancora non imbrigliata dalle catene della ‘democrazia’…

 

Il testo è nella versione integrale (l’ultima ) del . Da allora la maledizione di ZOG e la avidità degli editori

italiani, ne hanno impedito ogni ristampa.

Lorsignori, i Censori di Giuda, ora sono serviti.

 

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La parola di Telesio Interlandi , contra Judaeos, ritorna a risuonare : alta, forte e libera.

 

Un solo rammarico : il testo superstite che ho rintracciato era incompleto : una mano adunca ne aveva

strappato un paio di pagine, laddove l’Autore elencava le più ingombranti presenze ebraiche nel mondo

accademico e universitario italiano. Purtroppo non ho potuto colmare lo sfregio ‘democratico’ e anche

questa versione presenta la medesima lacuna. Il camerata che ha trovato la copia sfregiata pensa che

con questo atto vandalico qualcuno avesse voluto nascondere agli occhi della gente la impressionante

lista di ebrei che infestavano (infestano anche oggi, dopo la restaurazione democratica del 1945 ) la

cultura italiana.

 

Queste brevi note si avviano alla conclusione.

Avrei voluto scrivere un saggio introduttivo di analisi del pensiero maledetto di Telesio Interlandi, ma me ne è mancato il tempo, purtroppo : la dittatura democratica mi ha inchiodato al legno di quaranta

processi penali a mio carico : atti di ritorsione giudiziaria criminale per il mio impegno culturale

revisionista, aggressione scientifica ad orologeria che ha il preciso intento di fiaccare la mia

determinazione intellettuale nel portare avanti la battaglia revisionista. In tale intento non ci sono riusciti,

ma mi hanno tolto il tempo per poterlo fare, angustiato come sono a seguire il filo di circa quaranta

autodifese…

 

Ma se sono costretto io al silenzio, sono però riuscito a far parlare al mio posto Teresio Interlandi,

riportando alla luce questo libretto.

E non sarà il solo testo scomparso che farò riaffiorare dagli abissi in cui è stato cancellato dalla protervia

ebraica della Polizia del Pensiero.

 

Questa operazione di recupero dovrebbe divenire la parola d’ordine in ambito revisionista : è mia

convinzione infatti che la dittatura del pensiero unico abbia un preciso progetto : quello di far sparire

totalmente, cancellare da ogni libreria e da ogni biblioteca tutti i libri che corso della plurimillenaria cultura

occidentale hanno attaccato il Giudeo. Salvare questi immensi patrimoni occidentali dalla nuova barbarie

semita , come già i Monaci benedettini salvarono i classici dell’ antichità dalla barbarie medievale, è un

compito primario ed essenziale. Impellente.

 

A chi non crede che la incipiente dittatura democratica in nome di Sion sia la nuova e conclusiva forma di

totalitarismo chiedo : è conforme ai principi della cultura liberale occidentale il fatto che questo libro non

sia più stato pubblicato dal 1945 e oggi sia riemerso dalla damnatio memoriae solo per un atto di

ostinazione intellettuale controcorrente di un singolo cittadino ‘antisemita’ e perseguitato per le sue idee

dalle Toghe di Giuda ?

 

Un sintomo impressionante della dittatura del pensiero unico e del ruolo di cane di guardia delle lobbies

internazionali ebraico-mondialiste è dato dal documento che mi concerne, e che allego in appendice al

presente volume : si tratta della denuncia dei servizi speciali di polizia nei confronti del sottoscritto .

Denuncia dettata dalla filiale veneziana del Centro Wiesenthal . Denuncia poi trasmessa all’ Interpol e al

Ministero degli Interni, nonché alla temutissima Toga Rossa , il pubblico ministero Felice Casson,

attivissimo candidato della sinistra estrema a tutte le più recenti elezioni, supportato dal suo comitato

elettorale di base (gli sprangatori assassini della ultrasinistra) e da suoi sponsors occulti (la lobby

ebraica).

Con tale denuncia, il Centro Wiesenthal mi dipinge come attivo intellettuale favorevole all’antisemitismo

e autore di testi antisemiti diffusi soprattutto in Internet.

 

Leggete : dopo tale denuncia, i servizi investigativi speciali della polizia di stato hanno provveduto a

bonificare da eventuali ordigni esplosivi la sala in cui alcuni giorni dopo si doveva tenere il convegno del

Centro Wiesenthal sui Protocolli dei Savi anziani di Sion.

 

Tutto questo bailamme poliziesco per cosa ? Cosa avevo mai fatto per allertare i servizi d sicurezza dello

Stato su ordine degli ebrei del centro Wiesenthal e dei loro caudatari veneziani ? Avevo dato fuoco a una

Sinagoga ? Avevo scorticato vivo il Gran Rabbino di Venezia ?

 

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Macchè ! Nulla di così tragico ! Avevo semplicemente telefonato alla segreteria di tale Convegno Sionista

per chiedere se era possibile partecipare come ascoltatore e avere copia degli atti del convegno stesso,

pubblicizzato su tutti i giornali ! La risposta è arrivata tramite Polizia…..

Nel Nuovo Mondo Globale Giudaizzato è vietato pensare …

E le Toghe di Giuda sorvegliano….

Provate dunque a immaginare cosa sarebbe successo se io, e non il camerata Speranza, mi fossi recato

personalmente alla biblioteca a chiedere una copia del testo Contra Judaeos….come minimo il palazzo

sarebbe stato circondato dalle Teste di Cuoio dei carabinieri , con tanto di cani mastini ringhianti, fino alla

‘resa’ ( = rinuncia a chiedere in lettura il libro..) del pericoloso eversore bruno…..

Altro che Orwelll... riuscite a focalizzare in quale tirannia viviamo ?

Quale futuro ci attende come sudditi di Giuda ?

Non sono così riuscito ad esporre le mie considerazioni sul pensiero di Telesio Interlandi, nel fausto

giorno (fausto per tutti gli uomini liberi e non per i sudditi di Giuda ..) in cui il suo Contra Judaeos

emerge da un oblio , una damnatio memoriae , durato oltre sessant’anni…più di così non sono riuscito a

fare.

Mi sono permesso di aggiungere solo una Appendice in cui ho collocato un dossier sulla mia vicenda

giudiziaria il documento della Digos di Venezia, e una recensione del mio libro Il coltello di Shylock.

Vicende di ordinaria repressione giudaica.

Ora tocca a te, lettore telematico : leggi questo libro elettronico, fallo girare sulle imprendibili ali del web,

collocalo nella biblioteca di siti liberi e coraggiosi : dalla tua tastiera potrai far echeggiare ancora la libera e

potente parola di un grande Occidentale : Telesio Interlandi :
Contra Judaeos.

Pordenone, Italia, lunedì 27 marzo 2006.
Edoardo Longo
Per contatti :
avvocato Edoardo Longo,
viale della Libertà, 27,
33170 Pordenone, ITALIA

email : longo.e@libero.it

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PREAMBOLO

Faccio della polemica giornalistica lo stesso conto che il nuotatore fa dell'elemento in cui si

muove: egli se ne getta alle spalle una bracciata dopo l'altra, avanzando; e che cos'è l'acqua che

egli si lascia alle spalle? Tale è la polemica giornalistica che è servita a vincere una determinata

battaglia, ed ora è alle nostre spalle, come un'acqua immota. Eppure è quell’elemento che ci ha

sostenuti, resistendoci, e ci ha permesso di raggiungere la meta prefissa.

Questi capitoli che qui l'accolgono -in un primo volume d'una « Biblioteca» che ha più alte

ambizioni e avrà meno modesti autori - contengono appunto, in una opportuna rielaborazione, la

materia già trattata durante la polemica giornalistica durata dal 1934 a ieri per la identificazione

del pericolo ebraico e per la difesa della Razza italiana. Il lettore che mi conosce sa già che voce

clamante nel deserto dell'indifferenza -il mio giornale obbediva a un preciso disegno del

Duce, fondatore prima che dell'Impero, della coscienza imperiale del popolo italiano. La necessità

d'un razzismo nostro, e - come presupposto ad esso -la indispensabile e definitiva separazione

dell’elemento giudaico dalla vita nostra, già per troppo tempo inquinata da una infiltrazione

venefica, sono stati i due motivi dominanti della mia diuturna polemica. La quale viene ora

consegnata in queste pagine soltanto per un modesto fine di documentazione.

Desidero che in avvenire si abbia un'idea quanto più esatta dello svolgimento d'una battaglia

che ai migliori fascisti appare decisiva per la liberazione dell’ ltalia dal pervertimento giudaico.

T. I.
Roma, Settembre XVI.
 

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DIFESA DELLA RAZZA

Nel non molto vecchio libro di Muret, « Il crepuscolo delle nazioni bianche», è citato con

intenzione un pensiero di Léon Bloy, questo: « I domestici che diventano padroni e i padroni che

diventano domestici; ecco il segreto dell'evoluzione storica in tutti i secoli». Sarà un segreto,

nessuno vuol dubitarne; ma né l'ora del crepuscolo, né il momento di cangiarsi in domestici, sono

venuti per gli Italiani. La necessità, anzi, di riaffermarsi dominatori nello splendore d'una rinata

volontà d'impero, caratterizza la fase fascista della storia della nazione italiana. Ecco il senso

della legislazione sui rapporti fra nazionali e indigeni nei territori dell'Impero. Difesa della razza,

sì, ma anche esaltazione della razza e riaffermazione della sua missione nel mondo. La dignità

civica vuole esser difesa soltanto dalle insidie dell'animalità e dalla superficialità di pochi

ignoranti, incapaci di spingere lo sguardo al di là della propria generazione; ma la dignità civica

dell'Italiano, è il suo titolo di civiltà.

La storia di tutte le conquiste insegna quale danno ha portato ai conquistatori e ai conquistati la

confusione del sangue attraverso una promiscuità sessuale che la scienza condanna come la via

più agevole per la degenerazione dei tipi umani. L'apparizione dei meticci, dei mulatti e dei

zambos, dagli incroci tra indiani e bianchi, tra bianchi e neri e tra neri e indiani costituisce un

punto scuro della storia dell'umanità. Le osservazioni scientifiche più accurate sono concordi,

oramai, nell'affermare che l'evoluzione delle razze per incrocio si compie in senso “disgenico”: i

tipi superiori sono assorbiti dai tipi inferiori. Ecco dunque apparire le leggi di difesa delle razze

minacciate dalla promiscuità sessuale; eccole perfino nella liberalissima America del Nord, dove

esiste una legge « di salvaguardia per la purezza della razza bianca». La Virginia, che ha

adottato questa legge, è lo stato americano più minacciato dalla degenerazione razzistica dovuta

alla confusione sessuale tra bianchi e neri.

La legge italiana è dovuta non a sfiducia nel senso di responsabilità e di decoro razzistico degli

elementi inviati a colonizzare le nuove terre d'Africa, ma alla necessità di provvedere in senso

razzistico a una situazione eccezionale. Male ha fatto qualcuno a stabilire una capziosa

distinzione fra relazione « d'indole coniugale », cioè extra-matrimoniale, e relazioni propriamente

coniugale, quasi che il matrimonio con gente di colore possa considerarsi tradimento minore per

la salute della razza e per la dignità civica cui la legge stessa accenna. In confronto al cosiddetto

« madamismo », il matrimonio con gente di colore è una mostruosa perversione che non sarà mai

più permessa. Il Governo fascista, inspirato da Mussolini, provvede a creare l'Impero

parallelamente nella coscienza dei cittadini italiani e nella realtà geografica e storica.

Bisognerebbe non avere il senso dell'avvenire per non avvertire la superba bellezza di questa

gelosa difesa della razza per la quale si è conquistato un Impero, dopo averle ridato una fede.

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IL METICCIATO DISSIDENTE

 

C'è stata, in Italia, in questi ultimi tempi, una vera e propria insurrezione intellettualistica contro

la parola « razzismo » e contro coloro che lavorano a definir quella parola e ad approfondirne il

senso e la portata. E' strano che una parola e un pugno di uomini, per non dire un uomo, siano

capaci di suscitare tanta irritazione. Contrariamente alle abitudini della casa, abbiamo

temporeggiato, prima di scendere in campo con i sistemi appropriati alla bisogna, con la speranza

che il fumo delle chiacchiere e delle banalità durasse poco e lasciasse presto sgombro il campo

per una alta, utile, disinteressata e intelligente discussione. Non amiamo i fatti personali; e, nella

circostanza, non esistevano fatti personali .

Abbiamo dunque pazientemente atteso che s'arrivasse al nocciolo della questione. A questo

nocciolo non si è arrivati né si poteva arrivare, come dimostreremo; ma avendo l’insurrezione

assunto forme tali da poter danneggiare l’educazione del paese influire perniciosamente sugli

orientamenti necessari alla cultura italiana, così tartassata da coloro che abusano della penna e

dell'invenzione della stampa abbiamo creduto opportuno di mettere, una volta per tutte, le cose e

gli uomini in chiaro; e lo facciamo.

La storia è questa. Un uomo, un gruppo d'uomini, un giornale, un paio di giornali cominciano a

discutere di razzismo. Che cos' è il razzismo? Non affliggeremo il lettore parlandogli di Gobineau,

di Chamberlain, di Rosenberg, o del Santo Padre che nella Enciclica all'Episcopato germanico

concede il suo posto alla Razza, combattendone la divinizzazione.

Qui si tratta d'altro. Si tratta di un popolo, come l'Italia, che avviato a una politica imperiale, cioè

a una politica d'espansione oltre i suoi confini nazionali, ricerca in se -e trova, e li fa trovare e

riconoscere, anche con la forza, a quei pochi che non sapessero o volessero trovarli - gli attributi

e le qualità e le idealità e le aspirazioni che ne fanno una razza, completamente differenziata

dalle altre e gelosa delle sue differenze, che sono da opporre, civilmente e fermamente, alle

razze che si muovono, al suo fianco, in un'orbita di civiltà ben definita. Per questa ricerca e per la

conseguente affermazione, in un paese come il nostro su cui tre secoli di servitù hanno lasciato

tracce non indifferenti e hanno provocato, specie in taluni ambienti cosiddetti intellettualistici, un

curioso “complesso d'inferiorità” che ha come risultato il dubbio e la sfiducia nelle qualità

nazionali, e che trova il suo alibi in una vaga indefinibile aspirazione alla universalità o in una

affermazione tutta retorica e letteraria di romanità senza radici; per questa affermazione di valori

di razza, era necessaria una impostazione dottrinaria e scientifica del problema, con un minimo di

parole e un massimo di decisione. Noi ci siamo presi la briga di impostare il problema,

certamente non senza prima aver capito, e nettamente capito, che l‘impresa rispondeva a un

orientamento della Intelligenza che muove e indirizza felicemente, da più d'un trentennio, le cose

d’Italia, conducendo il popolo italiano, con decisioni eroiche spesso contrastate dalla parte

meschina e bastarda del paese, alla neutralità - come posizione spirituale - all'Impero.

Noi pensavamo di ricostruire, attraverso una discussione di sapore scientifico e fondatamente

scientifica, i lineamenti dell’Italia che Mussolini ha fatto marciare, dal 1915 al 1936, dall'Intervento

all'Impero, e fa ancora marciare verso più alti e più eroici destini.

Ricostruzione, identificazione o riconoscimento e impostazione di caratteri spesso vaghi e

vagamente conosciuti, si presentavano tanto più necessari in quanto, nel lungo corso

dell'affermazione imperiale dell'Italia mussoliniana, gli sfasamenti, le debolezze, le confusioni, le

contraddizioni, i disorientamenti non erano mancati; e avevamo dovuto anche denunciarli, quando

il tacerli per carità di patria o per occasionale necessità non era stato assolutamente possibile.

Chiarire agli Italiani che la diversità delle razze è un dato scientifico; che la definizione di “razza

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inferiore” non è affermazione polemica e gratuita, è constatazione scientifica e storica, poiché si

dimostra, storia alla mano, che una antichissima razza come quella nera non ha mai saputo

produrre nulla che sia possibile, non che opporre, confrontare, avvicinare alle realizzazioni della

razza bianca; che quella razza, capacissima per altro d'impadronirsi di ogni ritrovato tecnico della

civiltà meccanica da altre razze elaborato, di tali razze è incapace di assimilare lo spirito, di

raggiungere l'altezza intellettuale, di interpretare le necessità: questo era nostro desiderio.

Lo abbiamo già scritto; un minimo di razzismo, intanto, cioè il razzismo per l'ignorante; e, di

seguito, un razzismo per persone colte, ma non tanto, per patrioti, ma non tanto, per civili, ma

non tanto, per fascisti, ma non tanto, per imperialisti, ma senza convinzione e, soprattutto, senza

coraggio. L’Italia intellettualistica è infetta di dottrine universalistiche, di retorica, di sentimentalismo;

ed è malata di “misura“. Ora è bene che sia detto, passando, e una volta per tutte, che con

la misura si fa ogni cosa meno che una rivoluzione e un impero; che la misura è il metro spirituale

dei mediocri e dei popoli che decadono per difetto di dinamismo.

La misura (quella tal misura che noi denunciamo) mancò a Romolo quando punì Remo, come

mancò a Cesare quando passò il Rubicone, come parve mancasse all'Italia quando s'alzò “in

piedi” contro cinquantadue nazioni.

Ed eccoci agli scritti sul Razzismo. Nulla di strano e nulla di eccezionale. Perché mai contro

una discussione giornalistica, contro una esposizione di dottrina politica si è levata l'insurrezione

di tanta gente che scrive nei settimanali, anche inspirati?

Qui il punto è oscuro; ma noi lo chiariremo agevolmente. Si tratta, come abbiamo detto, d'una

impresa - concordata - del meticciato intellettuale che esiste in Italia ed ha vaste braccia.

Che cos'è il meticciato intellettuale? E' il complesso, eterogeneo per la sua stessa origine, di

quegli elementi intellettuali o sedicenti tali che non hanno e non possono avere radici nella

nazione italiana, che non sentono vincoli se non intellettualistici, cioè essenzialmente formali, con

la nazione italiana, che non ammettono né ammetteranno mai vincoli infrangibili. La questione

non è soltanto di cultura; è essenzialmente -ecco il punto -di sangue. Si tratta di ebrei, o di

mezzi ebrei, o di ebrei camuffati da cristiani (qui la religione non c'entra, ma serve negli

interessati come mascheratura della loro condizione di sangue) o di quarti di ebrei; o di italiani

sposati ad ebree, di ebree che hanno un marito, e quindi un nome, italiano. Tutta questa gente

che è molta, in Italia, più di quanto non si pensi, ed è intelligente, di quella intelligenza pratica

della razza cui appartiene, ha fiutato un pericolo. Ha intuito che una campagna razzistica non

poteva esser campata in aria; aveva un senso; poteva avere uno sbocco. Questa gente si è

chiesta se, a un dato momento, e per necessità superiori e « imperiali», una politica razzistica,

cioè una politica di difesa e di potenziamento della razza, non potesse diventare una politica di

“pulizia della razza”, anche attraverso provvidenze legislative. Aveva visto che Mussolini non

scherzava con la tendenza a scivolare nelle braccia d'una razza inferiore; che Mussolini

difendeva, contro la superficialità e l'innocenza di coloro che farebbero «tutta una famiglia»

perfino coi Boscimani, anche a mezzo del carcere, la dignità il decoro e le qualità fisiche della

razza; ed emanava il divieto del madamismo, piaga dell'Italia di ieri, così deliziosamente e

criminalmente atta a insabbiarsi. Poteva dunque temere, questa gente, che una politica di razza

finisse con l'obbligare l'Italia a guardarsi nello specchio e a riscontrarsi parecchi nei. In sostanza

questa gente è insorta per difendere una posizione, la propria o la posizione dei padroni che la

muovono, e insieme tutte le posizioni acquistate, che potrebbero pericolare in un domani non

troppo lontano. Il lettore non crederà che noi fabbrichiamo dei fantasmi per combatterli; non è

nostra abitudine e abbiamo già parecchio da fare con gli uomini per battagliare anche con i

fantasmi. La realtà, alla luce della statistica, è che in Italia – ove l’esigua quantità di ebrei (circa

70 mila su 43 milioni di abitanti) potrebbe far considerare trascurabile la questione ebraica - sulle

6.000 persone notevoli nel campo dell'intelligenza elencate nel « Piccolo Dizionario dei

contemporanei italiani» del De Gubernatis, 125 sono israelite; e il Livi - nel suo libro sugli “Ebrei e

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la statistica “, pubblicato nel 1920 - rileva: “appena 17,9 sopra 100.000 abitanti pei Cristiani, ben

292,7 per gli Ebrei; una frequenza 16 volte più grande in confronto di quella dei Cristiani”! Il Livi

continua: “La notevolissima superiorità numerica -con due ben comprensibili eccezioni per la

nobiltà e il clero - risulta ancora più forte tra gli uomini politici, i giuristi, gli economisti, i medici, i

matematici, i letterati, i pubblicisti... “. E ancora appresso, il Livi (il cui studio meriterebbe d'essere

aggiornato e certo risulterebbe oggi più istruttivo) stabilisce un quadro statistico dal quale, avendo

ridotto a mille il numero complessivo degli Ebrei o Cristiani notevoli, risulta che contro « 249

letterati, filosofi, storici, poeti, giornalisti, e pubblicisti Cristiani stanno 416 Ebrei; contro 48 giuristi

avvocati e magistrati Cristiani, gli Ebrei sono 128; e gli uomini politici Ebrei sono 136 contro 62

Cristiani.

Queste cifre, lo abbiamo detto, sono dell'Italia di ieri; ma ci mancano i dati per poter dire che

siano migliorate. In ogni modo, esse stanno a dimostrare che è falso e forse certamente diffuso il

giudizio sulla trascurabilità del problema ebraico in Italia, data la trascurabile percentuale degli

Ebrei nella popolazione italiana. La percentuale non bisogna stabilirla in cifre assolute, ma

relativamente ai vari settori dell'attività nazionale; nel caso nostro, relativamente alle attività dette

intellettualistiche.

Ebbene, noi diciamo che l'insurrezione contro il Razzismo e contro un'eventuale politica di

razza è una insurrezione di « meticci »; di ebrei o di mezzo-ebrei, o di gente al servizio degli

ebrei. Non facciamo nomi, perché i fatti personali sono esclusi dalla nostra azione, salvo che

qualcuno non li cerchi; ma se il lettore ha voglia di farsi un'idea di ciò che è successo s'informi e

vedrà che non abbiamo torto.

Ma deve informarsi bene; deve conoscere in quali zone della geografia e in quali zone della

cultura gli ebrei hanno il sopravvento; e quali sono gli ebrei camuffati da cristiani, e quali i cristiani

che hanno una metà del sangue ebraico e quali ne hanno un quarto e quelli che poi non sono né

cristiani né ebrei ma frutti di curiosi incroci di razze varie. Come spiegare, se non con un difetto di

purezza nel sangue, un certo atteggiamento intellettualistico di fronda o di opposizione

esclusivamente orale o addirittura di tradimento, che elementi normalmente circolanti nel nostro

mondo intellettualistico, ancora oggi, nell'Anno XVI, ostentano? Si potrebbero ancora una volta

fare dei nomi; e si tratterebbe di gente che con la purezza della razza, e quindi col razzismo, non

ha nulla a che vedere né vuole avere, naturalmente, a che fare. Questa gente nel migliore dei

casi, cioè nel caso della maggiore furbizia, vorrebbe almeno che si sostituisse alla parola “razza”

quella, meno impegnativa e più letteraria, di “stirpe”; che si facesse dell'imperialismo sì, ma

“spirituale”; che si sentisse la “romanità”, ma attraverso la poesia, non attraverso la politica,

attraverso le rovine del passato, non per mezzo delle imprese del presente. Questi sono gli

intellettuali privi di radici nella loro terra, vaganti a mezz'aria tra una culturetta francese d'accatto

e un europeismo di natali democratici. Un bel giorno se ne vede qualcuno varcare la frontiera e

imbrancarsi nei Comitati di vigilanza intellettuale antifascista, o nei gruppi internazionalisti

comunisteggianti; Rolland è il loro dio e se ne fanno, con straordinario zelo di novizi, i chierici.

Essi, alla fine, non tradiscono nulla, perché l'Italia mussoliniana non è il loro paese; essi vi sono

ospitati, e a volte in perfetta buona fede credono che il destino dell'Italia debba essere conforme

al loro meschino destino, e quello che oggi accade non sia che una parentesi. Certo, ci sono le

eccezioni. Le eccezioni formate da quei giovani che, appunto, la confusione creata dal meticciato

intellettuale trascina in polemiche più alte di loro; da quei giovani che hanno il gusto di opporsi a

qualche cosa pur di apparire originali, pur di trovare argomento a polemica. Questo non nuoce,

se non per la parte che è dovuta alla confusione. I giovani che non hanno chiaro il concetto delle

necessità imperiali e razzistiche della nuova Italia, i giovani che si illudono di reggere, domani, il

terribile peso della gloria conquistata all'Italia da Mussolini fondandosi su formule letterarie o su

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sentimentalismi debilitanti, ripugnando alla concezione dinamica che della nostra storia dobbiamo

avere, questi giovani lavorano alla loro propria disgrazia. Essi si troveranno impreparati o mal

preparati al compito che li aspetta. Non basta essersi battuti per l'Impero; occorre sapersi battere,

nel campo della cultura, per rendersi capaci di ereditare un Impero. Bisogna dunque cominciare

con l'essere spietati verso se stessi e castigarsi nelle debolezze dello spirito per raggiungere

quella purità di razza e quella incandescenza di sangue che Mussolini raffigura e che ha alzato

nuovamente nella storia il nome d'Italia, anche e sopralutto con dignità biologica.

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COSI’ PARLO’ IL RABBINO

 

Esiste tuttora un “sionismo” in Italia? Questa domanda suonerebbe ingenua, sol che si

ricordassero le lunghe e vivacissime polemiche condotte in Italia, sui giornali fascisti – e in prima

linea sul Tevere – dagli stessi ebrei italiani fin dal 1934, cioè fin dal tempo in cui più arrogante si

fece la propaganda sionistica nel nostro paese. Ci fu allora una vera e propria insurrezione di

ebrei contro il sionismo, definito contrario agli interessi della nazione italiana e tale da riproporre,

in termini assolutamente drammatici, la terribile questione dell’assimilazione dell’elemento

ebraico. I più astuti fra gli ebrei d’Italia furono pronti a gettare alle ortiche l’abito sionistico per non

suscitare sospetti e per guadagnare con pochissima spesa un certificato di buona condotta

nazionale.

Ma queste polemiche sono ormai lontane nel tempo. La labile memoria di alcuni e l’astuzia

degli altri hanno disteso un velo sul movimento sionistico tra gli ebrei italiani. Di modo che la

domanda: c’è del sionismo in Italia? apparirà inopportuna, intempestiva e forse anche ingiuriosa.

Non fu proclamato infatti che gli ebrei d’Italia non hanno altra patria all’infuori della patria italiana,

né altro amor di patria che l’amore per la patria italiana?

Ma qual è, di grazia, il più autorevole rappresentante del pensiero ebraico, in Italia, e

l’indiscutibile interprete delle aspirazioni ebraiche? Non è forse il Rabbino Capo, la più alta e

venerata personalità delle comunità ebraiche italiane? Il Rabbino Capo, o grande Rabbino,

religioso che non disdegna l’attività politica avendo fondato, anni or sono, ad Alessandria d’Egitto

dove risiedeva, una rivista politica di studi ebraici (rivista alla quale non di rado noi abbiamo

attinto per illustrare l’attività politica degli ebrei), il Rabbino Capo Davide Prato ha avuto la bontà

di prevenire la domanda che oggi potrà apparire inopportuna, trattando del sionismo in un lungo

discorso pronunciato a Budapest, sotto gli auspici di quella Associazione Pro Palestina. Il

discorso è pubblicato nella rivista “ Mult ès Jövo” cioè Passato ed Avvenire, organo ufficiale del

movimento sionista (redazione: Budapest-Vienna-Tel Aviv). Che cosa dice questo discorso?

La rivista presenta intanto il Rabbino con queste parole: “Il grande Rabbino dell’Impero Italiano

è da decenni entusiastico fautore dell’idea della ricostruzione della Palestina”. Il che vuol dire che

il capo religioso degli ebrei d’Italia è, non da oggi, fervente sionista. Noi lo sapevamo, molti non lo

sapevano, alcuni lo hanno dimenticato. Ma ecco un’antologia del pensiero sionistico del grande

sacerdote.

Anzitutto, l’assunzione di Herzl, agitatore sionista, nel cielo dei profeti d’Israele: “Sono trascorsi

40 anni da quando l’ultimo profeta Herzl, nato in questa città, aprì il primo congresso sionista, a

Basilea. 40 anni? Sembrano i 40 anni della migrazione attraverso il deserto. Ma che cosa

abbiamo fatto durante 40 anni? Se facciamo i conti con noi stessi, possiamo forse dire che

abbiamo molto agito. Ma se consideriamo le possibilità che ci sono state offerte dobbiamo dire:

non abbiamo fatto nulla! Se chiediamo a noi stessi se abbiamo seguito la parola del profeta, se

abbiamo fatto il nostro dovere, la risposta è opprimente. Chi ha prestato ascolto all’appello di

Herzl? Solo i poveri, solo gli idealisti. I ricchi si sono rivoltati a Lui con ironia e gli sono passati

accanto con muta indifferenza”.

Poi la questione territoriale che dà la necessaria concretezza al sionismo: “Il grande sogno

della rinascita ebraica è limitato dentro le strettissime frontiere che oggi ci sono offerte; ciò può

essere doloroso, ma non è decisivo. Che sa che cosa nasconde l’avvenire? Ma in ogni caso

dobbiamo definire incomprensibile il fatto che ora questa limitazione delle frontiere è discussa

11

nella maniera più vivace proprio da color che non erano disposti ad alcun sacrificio per la

ricostruzione della Palestina, da coloro che avevano saputo unicamente ostacolare e non

avevano voluto aiutare, da coloro che sarebbero contrari allo Stato ebraico anche se le frontiere

prendessero tutta la Terra Santa storica, sulle due rive del Giordano. Essi o per falsi timori o per

equivoco, sono ugualmente contrari alla piccola grande Palestina”.

Poi ancora, la definizione del sionismo come Stato ebraico, da differenziarsi nettamente dalle

nazioni ove gli ebrei attualmente vivono: “Uno Stato ebraico può essere tale soltanto se dominato

dalla lingua ebraica, dalla cultura ebraica, da leggi ebraiche. Proprio come in Italia dove esistono

una lingua italiana, una tradizione italiana, una legge italiana; e come in Ungheria”.

Segue una efficacissima formula che definisce in termini ebraici le cosiddette patrie

d’adozione, le quali sono letteralmente “i luoghi dove l’ebreo si trova”: “Chi vuole andare in Terra

Santa con l’intenzione di non rispettare il sabato, rimanga pure dove si trova, anche a costo di

andare in rovina”.

Viene appresso un pizzico d’orgoglio: “Noi non andiamo in Palestina per cercare un nuovo

ghetto o per trapiantare laggiù i vari ghetti delle comunità disperse. Noi vi andiamo per rinnovare

la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra anima”.

E poi preziose confessioni di questo genere: “Noi ebrei andiamo sempre contro corrente.

Dobbiamo fare dei sacrifici ora che si tratta, dopo duemila anni, di ricostruire la Terra Santa. La

Palestina è la catena che lega gli ebrei dispersi nel mondo. Anch’io ho un figlio fra i costruttori

dello spirito a Tel Aviv”.

E, a questo punto, un’audace interpretazione politica dei testi sacri, veramente degna della

leggendaria accortezza ebraica: “Tra i dieci comandamenti è scolpito il Verbo: “Rispetta il padre e

la madre”. Nessun contrasto esiste in questo comandamento. Dobbiamo rispettare il padre, cioè il

paese al quale è legato il nostro destino, ma nel medesimo tempo non dobbiamo dimenticare la

madre lontana che ci attende: EREZ ISRAEL”.

Infine, l’affermazione categorica che di assimilazione non è il caso di parlare; gli ebrei vogliono

restare ebrei, contrariamente alle favole interessate che si son fatte circolare in Italia, di tanto in

tanto: “Questa ricostruzione interiore rappresenta la rinascita ebraica che ha portato a una nuova

coscienza, al posto della tendenza all’assimilazione”.

Ecco l’antologia sionistica del Rabbino Capo d’Italia, Davide Prato, alla quale naturalmente

attingeranno tutti gli ebrei d’Italia, ogni qual volta si troveranno esitanti di fronte a Sion. Tanto più

che il venerabile sacerdote assicura i suoi fedeli, nello stesso discorso, che “il sublime governo

sotto il cui dominio gli ebrei vivono in Italia garantisce il diritto di partecipare ai problemi universali

dell’ebraismo e, quindi, naturalmente, anche all’opera per la restaurazione della Terra Santa”.

(Quel quindi e quel naturalmente sono di una naturalezza tutta ebraica; e meriterebbero, in lingua

italiana, una dimostrazione almeno per assurdo). Il sionismo dunque esiste in Italia, e il Rabbino

Prato ne è l’assertore; così come esisteva ieri, sotto altri rabbini e con altri agitatori e

propagandisti.

Si tratta ora di vedere se il padre putativo cioè la patria italiana, intende a lungo dividere con la

madre, cioè Sion, il curioso amore di questi non richiesti figli, essendo stata pronunciata

solennemente e da tempo la separazione di corpi, di beni e di interessi fra italianità e sionismo. Il

primo rispetto da usare a un padre, è quello di non approfittarne fuor di misura.

12

 

UNA MANOVRA IN MASCHERA

 

Si è saputo – per la felice indiscrezione di un giornale di Vienna – che l’ammiragliato britannico

ha un suo piano per l’annessione, “al momento opportuno”, della Palestina. La sorpresa per tanta

disinvoltura non è poca in Europa; ma occorre dire subito che l’Europa vuole sorprendersi

mentre, se fosse meno distratta, potrebbe risparmiarsi le maggiori emozioni.

Infatti. Dell’annessione pura e semplice della Palestina, come terra promessa, ha già parlato il

Times. Come il lettore vedrà, si tratta di una tesi religiosa e lievemente romanzesca alla quale si

affida il compito di rimuovere ogni ostacolo logico alla presa di possesso della Palestina. Il Times

dice che, non esistendo dubbi sull’identificazione degli anglosassoni col popolo di Israele, la

Palestina, come Terra promessa del regno di Israele, non spetta né agli Ebrei né agli Arabi, ma

deve essere annessa alla Gran Bretagna. Leggere per credere.

Leggendo, si scopre ancora dell’altro, e del più gustoso. Si legge, ad esempio, che il trono

britannico non è che la continuazione moderna del trono di Davide. Si legge che l’occupazione di

Gerusalemme da parte degli inglesi durante la guerra mondiale dimostra che gli inglesi sono il

popolo di Israele, giacché, non essendo crollate le mura della città santa all’ingresso dei Gentili –

come i profeti predicono – vuol dire che gli inglesi non sono Gentili, sono il popolo di Israele. Che

cosa non si legge, sul Times, che non faccia trasecolare un galantuomo? Si apprende che

sassone (anglo-sassone) viene da Isacco; vale a dire che non solo gli inglesi, ma tutti i popoli

anglo-sassoni (l’America è chiaramente indicata) sono progenitura di Isacco, figlio di Abramo,

capostipite di Israele.

Ma dove ha preso, il Times, tutte queste straordinarie notizie? Da una pubblicazione anglicana,

alla quale appunto si riferisce, intitolata “Il Messaggio nazionale ai popoli britannico e anglosassoni”.

Tale pubblicazione, che si fregia di simboli biblici ed ebraici, di bandiere, di troni, di

piramidi e di trombe, ha il compito di divulgare nel mondo anglo-sassone la convinzione,

suffragata da citazioni e da grafici, che Israele è oggi la Gran Bretagna; e che, poiché Israele, per

volontà suprema, è chiamato ad esercitare un’egemonia sul mondo, l’egemonia britannica, o

anglo-sassone, è legittima e di origine divina.

Vogliamo percorrere lo stravagante itinerario di questi inglesi tutt’altro che stravaganti? Abramo

ha un figlio dalla sua schiava Agar, e questi, Ismaele, è il capostipite del Arabi (razza, dunque, di

schiavi; gente illegittima). Ma poi ha un figlio da sua moglie Sara, e questi è Isacco, generatore di

tutte le tribù d’Israele. E infine ha un’altra moglie, Cetura, dalla quale ha ancora una discendenza:

i Bramini (?). ma le tribù di Israele si differenziano fra loro. Altro è la tribù di Giuda – alla quale

appartengono i giudei o gli Ebrei propriamente detti – altro sono le 10 tribù elette. Queste tribù

emigrarono per tutta l’Europa e finirono nelle isole britanniche. I figli di Isacco (Isacson, Sassoni),

sono il popolo di Israele al quale Javhè ha promesso il dominio del mondo; il trono britannico è il

trono di Davide; il Commonwealth inglese non è che la riunione delle tribù elette sparsesi per il

mondo (ricordatevi che i Bramini sono figli di Abramo e l’India attuale è dunque giustamente

caduta nelle mani degli inglesi); la dominazione del mondo è della Gran Bretagna per volere

divino; la Palestina è inglese per destinazione profetica.

Si vorrebbe ridere, ma non si può. Il “messaggio” è lardellato di adesioni firmate da altissime

personalità britanniche e americane appartenenti specialmente all’alto clero anglicano;

l’identificazione del Regno di Israele col Regno Unito e coi popoli anglo-sassoni è esaltata come

una vera e propria scoperta. Il carnevale impazza per le vie del mondo anglo-sassone.

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Ma è un carnevale, o una manovra in maschera? Gli inglesi sanno quel che fanno. Questa

stravagante pagina va di pari passo con le istruzioni dell’Ammiragliato. L’Ammiragliato vuole il

possesso diretto della Palestina, e la chiesa anglicana dà il suo contributo esoterico all’impresa.

Si sa quanto i popoli anglo-sassoni siano sensibili a tutto ciò che odora di Bibbia; ecco la Bibbia al

servizio dell’Imperialismo britannico. Si tratta di riparare all’errore commesso sposando la causa

degli Ebrei con quella britannica. E l’impresa risulta facile; in primo luogo, per la straordinaria

docilità dell’inglese a trangugiare le storie più stupide; in secondo luogo, perché – come tutti

sanno – gli Israeliti dominano la vita politica dell’Impero inglese; i ministri ebrei non si contano; i

finanzieri ebrei dominano la vita economica del paese; il giornalismo è infeudato agli ebrei. E al

centro dell’Impero non c’è un ebreo: Disraeli?

“Mia è tutta la terra” – dice la legge ebraica; ed è la divisa attuale dell’imperialismo inglese. Ma

o in nome di Israele o in nome dell’Ammiragliato britannico, la pretesa britannica è inaccettabile. I

popoli liberi non si arrenderanno alle Tribù d’Israele; né alle vere né alle false.

14

 

ISRAELE BRITANNICO SERVO DI DIO

 

Ed ecco più precise notizie di “British-Israel”. Ci eravamo sbagliati; non si tratta affatto di un

carnevale in anticipo né di manovre imperialistiche; si tratta precisamente della volontà di Dio –

che noi precisamente sconoscevamo1 – e della felice sintesi – anche questa prodottasi a nostra

insaputa – tra la Croce e la Stella di David. Ricapitoliamo, seguendo le lapidarie formule di

“British Israel”. Sono gli ebrei il popolo eletto? Certo. Secondo Matteo, 21-43, fu il regno di Dio

preso dagli ebrei e dato a una nazione? Questo è meno certo, almeno nel senso letterale delle

parole. Non di meno, la Gran Bretagna è la nazione serva di Dio; e, in conseguenza, gli Inglesi

sono il popolo d’Israele differenziato dagli Ebrei. Conclusione: Britannia è Israele.

Se il ragionamento non fila alla perfezione, la colpa, naturalmente, non è nostra: è del bollettino

di “British-Israel”. Le affermazioni sono sue; l’uso coraggioso della Bibbia e del Vangelo è suo.

Ma questo ha poca importanza; giacché nella storia, d’identificazioni un poco audaci sul genere di

questa storia si sono spesso avute; da quel cittadino francese che si credette Imperatore del

Sahara, e ne morì, agli indigeni della Liberia che, tra una compera e una vendita di schiavi, si

credono tutt’ora i rappresentanti in terra della Libertà umana. Ciò che ha importanza è l’esistenza

in sé di un movimento di origine spirituale, fondato non soltanto sulla Bibbia ma anche sulla

religione di Cristo abilmente adulterata, volto a dimostrare il diritto britannico di dominare e

governare gli altri popoli, tutti gli altri popoli. Dice a un certo punto lo scritto che risponde alle

nostre riserve: “E’ facile mettere in ridicolo la teoria (sic) secondo cui il popolo britannico è il

popolo d’Israele….ma non è facile altrettanto negare la forza del fatto che la razza Anglo-

Sassone è eletta ad adempire una missione per il bene di tutte le genti del genere umano. Il ruolo

di popolo eletto non è un carnevale, ma rappresenta un’alta responsabilità e una umile dedizione

al più alto degli ideali”.

Come si vede, qui comincia a far capolino il fanatismo britannico e un suo particolare profano

missionarismo. Su queste molle agisce, sicuro del fatto suo, il “British-Israel”. E se noi tentiamo di

mantenere questo bizzarro movimento nei confronti apparenti di una setta religiosa, il suo fondo

politico viene subito a galla. “E’ una maliziosa falsità che la Bibbia venga usata come strumento al

servizio dell’imperialismo britannico. L’imperialismo britannico adempie inconsciamente le

profezie della Bibbia, ed è nostro destino quello di recitare questa parte malgrado noi stessi…..”.

Vale a dire che gli Inglesi sono mondi di ogni peccato di voradicità e di egoismo, essendo i ciechi

strumenti di una politica divina. Anzi, a questo proposito, “British-Israel” deplora la cecità degli

Inglesi, e la sordità della Chiesa Anglicana la quale non ha ancora trangugiato l’identificazione di

Cristo con Israele. “Come popolo, noi abbiamo costruito un Impero malgrado noi stessi. Sotto la

mano di Dio che ci ha guidati, l’Impero è stato il lavoro di un popolo, non a causa della

lungimirante saggezza degli uomini di Stato nazionali, ma malgrado questa. Il “British-Israel” non

ricerca il patrocinio di forze occulte. Né c’è posto per orgoglio nazionale (sic) né per arroganza

razziale (resic) nella concezione di “British-Israel”!..... E’ un linguaggio che assomiglia, come due

gocce d’acqua si assomigliano, a quello delle sinagoghe; dove in nome di Jhavè si afferma in

tutta “umiltà” che gli ebrei sono il popolo eletto e i futuri signori della terra. Un linguaggio che

naturalmente scivola dallo spirituale nel politico quasi senza avvedersene: per esempio così:

“British-Israel invoca una politica britannica mondiale tendente ad una sistemazione del mondo

1 Vedi il capitolo precedente

15

attraverso le condizioni spirituali, economiche e politiche del Regno di Dio, per tutte le nazioni del

genere umano”. Un linguaggio pieno, non diciamo di arroganza, ma di insopportabile presunzione

quando così si esprime: “Esso (British-Israel) deve esercitare una profonda influenza sulle menti

di tutti coloro che sono incaricati del compito di guidare i destini politici delle nazioni”. E se le

nazioni non intendessero farsi guidare da Israel Britannico? Ebbene, questa obiezione è già

scontata dai nostri contradditori. Mentre essi, invocando il dominio dell’Inghilterra sul mondo,

sono gli umili servi di Dio, noi che ci rifiutiamo ad essere dominati siamo gli imperialisti

recalcitranti. “L’idea di qualche sinistra influenza politica nei riguardi del manifesto è

estremamente fantastica. Ma la stampa fascista è stata abbastanza perspicace (grazie!) da

scorgere che se la verità di British-Israel un giorno colpisse l’immaginazione del popolo

britannico, ciò significherebbe la fine di qualsiasi rinascita dell’Impero romano nell’estremità

orientale del Mediterraneo”.

Non soltanto questo, significherebbe; sarebbe l’abdicazione collettiva delle genti umane alla

dignità e al decoro civile; sarebbe l’accettazione pecorile di una servitù fondata apparentemente

sulla stravaganza di una setta, ma sostanzialmente sull’arroganza degli Inglesi. Non crediamo

che “British-Israel” sia destinato a grandi fortune oltre i confini del mondo anglo-sassone. Per

quanto questo movimento voglia distinguersi dagli Ebrei propriamente detti, discendenti di Giuda,

potrebbe dagli Ebrei imparare che cosa significhi farsi i portatori di un imperialismo religioso. La

sete di dominazione giudaica è all’origine delle sfortune degli Ebrei. Giudaica o israelitica, la sete

è la stessa. Noi non seguiremo il “British-Israel” nella sua puerile ripartizione moderna delle tribù

d’Israele; ci limiteremo a tenere in sospetto l’imperialismo con la Bibbia in mano. Anche se questa

volta, per ingannare meglio gli ingenui, esso porta in una mano la Bibbia e nell’altra il Vangelo,

adoperando Cristo come un profeta qualsiasi, al servizio dell’Impero inglese e del suo sempre

crescente appetito; oggi indirizzato verso la Palestina.

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IL PADRE PUTATIVO DEGLI INGLESI

 

La forza sbalorditiva – dice Hilaire Belloc nel suo Saggio sull’indole dell’Inghilterra

contemporanea (questo saggio è uscito da poco in versione italiana ed è una traduzione

opportuna; ottantacinque paginette utili, contro milioni di pagine inutili) – la forza sbalorditiva

dell’influenza della Bibbia sull’Inghilterra, tanto profonda che la mentalità inglese ne è rimasta

tutta penetrata, è derivata da un fattore speciale che solo quelli la cui lingua madre è l’inglese

possono capire”. Ecco perché pochi, in Europa, riescono a capire la serietà di propositi e di

intenzioni che si nasconde sotto l’apparenza ridicola della campagna per una identificazione tra

Israele e la Gran Bretagna e per un riconoscimento della missione divina degli inglesi in

Palestina. Ecco ancora qualche illuminazione di Belloc: “La Bibbia è oggi un elemento essenziale,

di cui la stoffa di un inglese è intessuta. Essa ha certo sostenuto potentemente l’altra concezione

protestante della superiorità della razza, portando grandi masse – in pratica, il grosso della

nazione – a considerarsi un popolo scelto”. Dal popolo scelto al popolo eletto è breve il passo,

quando un’interpretazione accorta dell’Antico Testamento aiuti. E allora non c’è più da ridere se,

a proposito di Palestina, il movimento politico-religioso che fa capo al già citato National Message

in una nuovissima pubblicazione è ora giunta in Italia, sentenzia in questo modo: “Il governo

inglese deve convincersi che il potere della Gran Bretagna nel Vicino Oriente ebbe una divina

sanzione; da ciò nascerebbe un nuovo senso messianico che darebbe la necessaria forza e

fermezza alla politica ufficiale. Fu con Abramo, padre della razza britannica, che il patto venne

concluso. Al tuo seme io ho dato questa terra, dal fiume dell’Egitto fino al grande fiume, il fiume

Eufrate. Io darò a te, e al tuo seme dopo di te, tutta la terra di Canaan, in eterno possesso”.

Queste bibliche ricerche di paternità fanno sorridere noi italiani, ma Belloc ci ammonisce di

prenderle sul serio. L’inglese moderno – la lingua per mezzo della quale gli inglesi comunicano –

è stato gettato e fissato nello stampo dell’Antico Testamento. Negli orribili dibattiti della Camera

dei Comuni, che sono di un livello bassissimo, ricorrono incessantemente termini e frasi del

Libro”. A questo si aggiunga, dice ancora Belloc, l’impressionabilità dell’anima emotiva degli

inglesi, agitata dalle qualità letterarie della Bibbia. Aggiungiamo ancora, per conto nostro, la

voracità della politica inglese, e quello che Belloc chiama lo spirito commerciale, base della

stretta alleanza tra Israele e l’Inghilterra. Il dominio della Palestina è, in parte, un ritorno d’Israele

alla terra promessa, in parte una presa di possesso del Vicino Oriente da parte della Gran

Bretagna israelitica. Secondo il movimento che fa capo al National Message, la Palestina inglese

deve diventare “la chiave di un gruppo di stati arabi che si opporrebbero come un solido blocco a

qualsiasi aggressione dal nord o dal sud”. Qui siamo già lontani dalla Bibbia, ma dalla Bibbia

siamo partiti. Ancora Belloc: “La posizione sicura e spesso dominante goduta dagli ebrei nella

società inglese, la loro grande influenza in tutte le funzioni direttive di questa società, la grande

mescolanza di sangue ebreo nella classe di governo, è attribuita dai critici stranieri ad una

alleanza fra il popolo protestante e Israele perseguitato….. Ma consiste meno nella religione che

nello spirito commerciale”. I due motivi si danno la mano. Una astuta interpretazione dei testi

biblici cerca di dare un impulso religioso a un’azione che è fondamentalmente mercantile e

affaristica; e che minaccia non soltanto il mondo arabo, ma il destino del vicino Oriente e

l’equilibrio del Mediterraneo orientale, dove l’Italia ha tanti vitali interessi.

17

 

GLI EBREI BARANO

 

Quindi – disse il Signore – tu non sarai più chiamato Abramo (padre elevato), ma Abrahamo

(padre di moltitudini), perché ti ho destinato a padre di molte genti”.

Perché dunque il sedicente Abramo Levi, autore del libro “Noi Ebrei”, non si chiama Abrahamo,

essendosi fatto padre di molte genti, secondo la vocazione biblica degli Abrami; di molte

illegittime genti?

“Noi Ebrei”, dice il titolo del libro; e, correndo all’indice, si enumerano le genti che il nostro

Abramo ha messo sotto le sue bandiere; e si scopre metà della stampa italiana, Popolo d’Italia in

testa; e una schiera di galantuomini che non si sono mai sognati di sacrificare a Jahvè; una

moltitudine da fare invidia alla discendenza di Abrahamo. Questo è il più fresco saggio della

furfanteria ebraica.

Nelle scarse 24 pagine che il libro contiene di suo, il sedicente Levi stabilisce alcuni fatti di

capitale importanza: che l’Unione delle Comunità israelitiche non fa politica; che gli ebrei isolati

politicanti non contano; che un problema ebraico non esiste in Italia; che inventare problemi

inesistenti non è bene. Chiuse disinvoltamente le sue brevi pagine, il Levi chiama a raccolta,

come si è detto, la moltitudine che ha mobilitato sotto la bandiera di Israel; e la disinvoltura

diventa arroganza quando ristampa, in suffragio della sua tesi un articolo del Popolo d’Italia

(pagina 64) dove è testualmente detto. “Un problema esiste, e certo non può considerarsi risolto.

Perché…..resta una notevole massa di ebrei che non escono dal loro chiuso ambito di

razza….meritevole di attento controllo” (giugno 1937). Accanto al Popolo d’Italia, così chiaro e

ammonitore, c’è, beninteso, l’ignoto e ignorante scribacchino che con sublime incoscienza

afferma essere stato il sionismo “più che un elemento tendente ad una forma di nazionalismo di

minoranza, un mezzo di orientare gli ebrei verso il Fascismo (sic!) combattendo con tutti i mezzi il

bolscevismo”. L’autore di queste incredibili idiozie non merita d’esser nominato, meriterebbe una

borsa di studio per i corsi serali dell’Associazione contro l’analfabetismo nel Mezzogiorno,

essendo un meridionale.

Ci sono poi tutti i giornali che hanno a suo tempo recensito il volume di Paolo Orano, nel quale

la questione ebraica era impostata nel semplicistico modo che tutti sanno; sicché il Corriere della

Sera s’accompagna con Israel, Rivoluzione fascista con L’idea sionistica, il Messaggero con La

Nostra Bandiera, l’Evangelista con Regime Fascista. Un vero e proprio polpettone senza capo né

coda, nel quale le affermazioni antisionistiche fanno il paio con le difese del sionismo del tipo già

citato, e con le solite facili e banali affermazioni di generica italianità.

Questo polpettone, così come Abramo Levi lo serve agli Italiani che, dei libri, leggono il titolo e

l’indice. Ma un vero polpettone giudaico andava fatto con più larghezza di mezzi. Quando l’astuto

Abramo ha voluto dimostrare che le Comunità israelitiche non fanno politica e che – essendo il

presidente di dette Comunità nominato dal Governo e il Rabbino Capo scelto col tradimento del

Regime – l’ebraismo ufficiale non è sospettabile, egli dimenticava di inserire nel suo polpettone

alcune citazioni del Tevere, che avrebbero reso più gustoso il suo elaborato. Infatti, non gustoso il

discorso del Rabbino Capo Davide Prato, pronunciato a Budapest qualche tempo fa1 e riprodotto

dal Tevere? E, quanto all’apoliticità delle Comunità ebraiche, bastava riprendere dal numero del

18 gennaio 1934 di Israel queste indimenticabili dichiarazioni dell’avvocato Augusto Levi

sull’ebraismo: “Chi crede di rendersi utile al paese assimilandosi completamente diventa in realtà

1 Vedi il capitolo: Così parlò il Rabbino.

18
 

un elemento improduttivo……”. E ancora riprendere la polemica fra ebrei che insorse in seguito

appunto a queste enormità; riprodurre ciò che scrisse al Tevere l’avv. Giorgio Sacerdoti: “….il

solo intento di far rifiorire in altra terra i valori spirituali ebraici, non può che sminuire il senso puro

dell’italianità…. Mi auguro che le Comunità israelitiche sappiano alfine dimostrare, una volta per

sempre, di essere veramente italiane e di poter perciò ben meritare della Patria….”. (Tevere, 24

febbraio 1934).

Il problema sionistico non esiste? L’Abramo Levi crede di averlo seppellito con un paio di

affermazioni generiche, come quel tale che voleva dimostrare di esser patriota esibendo un

certificato di leva. Ma il Rabbino Capo Davide Prato se ne faceva a Budapest l’assertore,

sacrificando i fiori della sua eloquenza al Profeta Hertzl. Ma ancora pochi anni or sono un gruppo

di ebrei dissidenti (ecco i nomi: Ascoli Giuseppe, Fiorentini Sergio, Musatti Raimondo, Rossi

Alberto) scriveva sui giornali di Roma: “noi sottoscritti invitiamo il Presidente dell’Unione delle

Comunità israelitiche (quello stesso che Abramo Levi considera insospettabile) a voler chiarire

pubblicamente, in modo preciso e categorico, come si arrivi ad ammettere che possa esistere un

sentimento di vera e pura italianità là dove si manifestano aspirazioni verso un differente

nazionalismo”.

Mancano, nello zibaldone che stiamo esaminando, molte altre testimonianze. Così come si

chiamano i più autorevoli fogli fascisti a dimostrare il contrario di ciò che hanno dimostrato, si

potevano citare i più illustri testi sionistici a dimostrare l’inesistenza o l’innocuità del sionismo.

Conosce il compilatore di “Noi Ebrei” un certo Max Nordau? Questi ebbe a scrivere: “Il sionismo

politico è la conclusione logica di due premesse; l’esistenza della nazione ebraica e

l’IMPOSSIBILITA’, PER ESSA, -provata dalla storia e dall’osservazione contemporanea –

D’INTEGRARSI ONOREVOLMENTE NELLA VITA NAZIONALE DEI POPOLI”. Conosce un tale

Albert Einstein? L’inventore della relatività dice testualmente: “Ma l’essenziale è che il sionismo

affermi la dignità e la coscienza necessarie all’esistenza degli Ebrei della Dispersione e che crei,

grazie al centro ebraico in Palestina, un legame potente che unisca gli Ebrei del mondo intero. IO

HO SEMPRE AVVERTITO COME UN’INDEGNITA’ LA FEBBRE DI
ASSIMILAZIONE DI MOLTI

MIEI COLLEGHI”.

Con queste testimonianze l’Abramo Levi avrebbe egregiamente dimostrato la verità del suo

assioma: che un problema ebraico non esiste in Italia. E avrebbe ottenuto da Paolo Orano quel

che egli e tutti i suoi pari esigono da noi fascisti: il silenzio, un silenzio complice. Il provvidenziale

silenzio che accompagnava prima del Fascismo la dominazione ebraica in Italia; il silenzio nel

quale, del resto, fino a ieri, un ebreo poteva far risuonare in lingua italiana queste sue nefande

espressioni: Dieci milioni di Ebrei sentirono il peso dell’immane cataclisma (la guerra) e si

mascherarono fra di loro in nome della Russia o della Romania, dell’Italia o della Francia,

dell’Austria o dell’Inghilterra…… Ben crudele destino ha subito questo popolo!”. (Davar, 1934).

Nefandezza o lealtà? Un linguaggio di questo genere non può tenerlo che colui il quale non

abbia radici nel suolo della Patria che lo ospita, uno straniero. E stranieri gli ebrei si confessano,

senza volerlo anche quando si dicono patrioti; come quel gruppo di anonimi giovani ebrei che ci

ha scritto, con tono tra l’altezzoso e il prudente, dichiarando: “…probabilmente, noi resteremo

sempre in Italia….”. Essi, gli Ebrei, considerano l’Italia come un albergo, come una stazione di

transito; e se ne dichiarano, finora, soddisfatti. Ma….. l’anno prossimo, a Gerusalemme!

Un problema ebraico esiste, in Italia; ed è, soprattutto, per noi italiani, un problema di

conoscenza. Conoscere gli Ebrei – non certo attraverso le grossolane manipolazioni di un Levi –

è giudicarli. Noi abbiamo giudicato da un pezzo questa “gente consacrata” alla quale è promessa

“tutta la terra” ; e che, perciò, non ha patria.

Noi crediamo che servano inconsciamente l’interesse ebraico quelli che ancora fanno

19

 

 

 

questione di sionismo. La questione è nettamente di razza: si tratta di sapere se l’ebreo PUO’

essere un italiano, non se DEVE esserlo. Che DEBBA esserlo non v’è dubbio, giacché la legge lo

qualifica tale; e al momento opportuno egli deve indossare la sua brava uniforme e servire sotto

la bandiera italiana. Ma PUO’ esserlo? Nella migliore delle ipotesi, il migliore degli ebrei, POTRA’

essere SEMPRE un buon italiano? E noi italiani di razza, di sangue, di religione – e con

profondissime e saldissime radici nella nostra storia – potremo sentirci pari agli ebrei, la cui

mistica è tutta fuori dei confini della patria che da qualche tempo l’ospita?

Questo è, il problema ebraico.

 

20

 

 

 

L’EBRAISMO E’ QUELLO CHE E’

 

Sul problema ebraico, sul suo attuale aspetto italiano, sulle sue possibili soluzioni, ci viene in

soccorso la spregiudicata lettera di un ebreo1 che ha il merito d’impostare senza infingimenti il

problema stesso. Gioverà tener presente questa lettera, poiché gli argomenti trattati e le

affermazioni di principio che ne conseguono investono il centro del problema e chiariscono

finalmente, fuor di ogni confusione polemica o deformazione interessata, le reciproche posizioni

di fronte a dati di fatto irrefutabili.

La soluzione integrale, secondo il nostro contradditore, non potrebbe esser data se non dalla

“assimilazione totale quanto più rapida possibile”. O assimilazione, o separazione civile, dice il

nostro corrispondente; e per separazione civile s’intende la limitazione nei diritti civili, quella

limitazione che fatalmente e doverosamente porterebbe al Sionismo ad oltranza. L’assimilazione

– che noi non abbiamo ancor visto, ma che il nostro contradditore dice esistente ed operante –

porterebbe alla scomparsa degli Ebrei d’Italia. Gli ebrei d’Italia sarebbero capaci di scomparire

senza rimorso, saprebbero assumere, di punto in bianco, rapidamente almeno, “con orgoglio pari

a quello ebraico” la piena, assoluta italianità della carne e dello spirito. Fermiamoci a questo

punto.

In nome di chi parla, il nostro corrispondente? In nome di se stesso? Le sue affermazioni sono

pregevoli, e come espressione di una sincera volontà individuale, accettabili. Noi possiamo

ammettere – per quanto i biologi avanzino i loro dubbi sull’esito dei matrimoni misti fra razze

assai diverse – possiamo ammettere che fra tre, quattro generazioni (il nostro contradditore

ammette che non bastano, per un’assimilazione totale, né una né due generazioni) i discendenti

di colui che fa del matrimonio misto una regola inviolabile non saranno più ebrei. Ma questo è il

caso particolare di un ebreo che crede nell’assimilazione e si ripromette di offrirne i frutti ai suoi e

ai nostri nipoti. Che cosa pensano, invece, oggi, dell’assimilazione i dirigenti delle Comunità

israelitiche e, quindi, la massa degli Ebrei d’Italia; e come giudicano l’eventualità di un abbandono

dell’orgoglio ebraico, di una dimissione delle qualità ebraiche, di una “cancellazione” del sangue

ebraico? Abbiamo altra volta citato il pensiero inequivocabile di illustri ed ascoltati personaggi

dell’ebraismo mondiale; e sarebbe ozioso ripetersi. E’ la volta di chiamare in causa, con le loro

stesse parole, i rappresentanti “legali” dell’ebraismo italiano, gli interpreti autorevoli e autorizzati

della volontà ebraica. Il nostro corrispondente ci consentirà di trovare più attendibili, come

espressione del sentimento ebraico, queste testimonianze solenni anziché le sue spregiudicate

affermazioni finora senza eco.

Ecco qui un opuscolo, datato 5698, vale a dire 1937, intitolato “I rabbini d’Italia ai loro fratelli”,

firmato da ben trenta rabbini o facenti funzione di rabbino o professori nei collegi rabbinici d’Italia.

Sebbene l’elenco sia lungo, vogliamo citare tutti i nomi che lo compongono, perché sia ben chiaro

che non si tratta di gente oscura, ma dell’aristocrazia del pensiero israelitico. Si va dal Rabbino

Capo di Roma, Prato, a quello di Rodi, Isaia Sonne, attraverso tutto il rabbinato della penisola e

delle colonie: Prato, Castelbolognesi, Artom, Breger, Calò, Disegni, Friedmann, Hasdà, Laide-

Tedesco, Lattes, Leoni, Orvieto, Rocca, Schreiber, Sonne, Toaff, Ottolenghi, Albagli, Cassuto,

Della Pergola, Friedenthal, Grünwald, Kahan, e ancora Lattes, Levi, Massiach, Pacifici,

Rosenberg, Sagre e Zolli. Questi rabbini e maestri delle generazioni ebraiche, che cosa dicono ai

1 Lettera dell’ebreo avv. M. Fano al Direttore del Tevere, pubblicata a suo tempo testualmente sul Tevere.

21

 

 

 

loro fratelli? In primo luogo questo, che sembra una banalità, ma, al lume degli avvenimenti

attuali, acquista un piccante sapore polemico: “Tutti sanno che noi ebrei siamo figli di ebrei che

erano a loro volta figli di ebrei e che tutti insieme abbiamo una storia che cammina per il quarto

millennio. Tutti sanno che questa storia non ha avuto e non ha soluzioni di continuità e che gli

ebrei di oggi sono figli degli ebrei dei ghetti figli degli ebrei dispersi dopo la distruzione del Tempio

di Gerusalemme che erano i discendenti di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, i discepoli di Mosè e

di Aronne che hanno ricevuto ed accettato sul Sinai, difeso ed insegnato poi in ogni luogo, per

secoli e per millenni, verità, comandamenti, riti, dottrine, insegnamenti che hanno fatto corpo con

essi e con la loro storia e che insieme formano l’EBRAISMO. ESSO E’ QUELLO CHE E’. E’

STIRPE, è storia, è dottrina ed è coscienza di essi. L’ebraismo è quello che è; ed è stirpe; ma noi

diremo, per intenderci, RAZZA. E infatti, poco più oltre, che cosa dicono i rabbini ai loro fratelli?

Dicono questo, e adoperano un’altra significativa parola: “Conoscendo fedeltà al nostro

SANGUE, alla nostra storia e alla nostra missione non veniamo meno a nessun altro nostro

dovere”. Stirpe o razza, sangue e fedeltà al sangue; l’assimilazione è lontana. Ma dicono ancora

di più e di più chiaro i rabbini ai loro fratelli, in questo anno 5698 o 1937-XVI della nostra era;

parlano del “focolare”, anzi della “ricostruzione di una sede o stato per gli ebrei”; cioè parlano di

una cosa che per il nostro contradditore non è se non la seconda ipotesi, l’ipotesi della

ripugnanza all’assimilazione, l’ipotesi che conduce diritti alla discriminazione nei diritti civili o

all’emigrazione (e se l’emigrazione non è volontaria, all’espulsione). Vogliamo citare un brano

della lettera? “A questa soluzione (scomparsa degli ebrei attraverso i matrimoni misti) taluni ebrei

non potrebbero opporre che la libertà di coscienza religiosa. Rispondo subito, senza esitare, che

se la fede religiosa è tale e tanta da ostacolare la fusione matrimoniale di una quale che sia

minoranza….. in questi casi la fede religiosa è per certo tale e tanta da sopportare,

conseguentemente, qualsiasi limitazione civile. E’ evidente che per questi OBIETTORI DI

COSCIENZA, e per questi soltanto, la discriminazione nei diritti civili, oppure l’emigrazione,

sarebbero corollario inevitabile della loro obiezione e soltanto della loro obiezione”. Così dice un

ebreo, ma così non dicono gli ebrei. Gli ebrei, coi loro rabbini alla testa, dicono il contrario; dicono

che “nessuno ha il diritto di chiederci di essere infedeli proprio a noi stessi”; dicono che

“conservando fedeltà al nostro sangue non veniamo meno a nessun altro nostro dovere”. Essi

non sono dunque degli obiettori di coscienza, destinati all’emigrazione o all’espulsione, o alla

limitazione nei diritti civili; sono arrogantemente fedeli a se stessi ed esigono il rispetto del loro

ebraismo, il quale contempla “la ricostruzione di una sede o di uno stato per gli ebrei” con la

“garanzia del diritto pubblico e SOTTO L’EGIDA DELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI”. Il rabbinato

d’Italia, al lume della logica dell’isolato ebreo che ci ha scritto, sarebbe maturo per l’emigrazione o

per l’espulsione in massa, o per un trasferimento d’ufficio sotto le spennacchiate ali della Società

delle Nazioni.

Ma per seppellire definitivamente, con le illusioni del nostro corrispondente, una parola

equivoca che non ha avuto sostanza mai nel passato e ne dovrebbe avere in un futuro assai

fantasioso, noi citeremo ancora un brano del messaggio rabbinico agli ebrei d’Italia; quel brano

appunto in cui si parla dell’assimilazione e si allude al matrimonio misto a progressione

crescente. “E voi giovani – esclama pateticamente il corpo dei rabbini d’Italia – e voi giovani,

chiedete, come ne avete obbligo, la benedizione paterna, considerate con amore questi riti

familiari di cui risentirete eco nostalgica fin negli anni più avanzati. Ed a suo tempo, cari giovani,

ricreate SU BASI INTERAMENTE EBRAICHE LA VOSTRA NUOVA CASA, SENZA CEDERE A

LUSINGHE DI ASSIMILAZIONE”. Questo è stampato, in tutte lettere, a pagina 12 dell’opuscolo

intitolato “I rabbini d’Italia ai loro fratelli”, stampato nei “giorni solenni” del 5698, cioè di questo

1937.

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Si tratta, dunque, di obiettori di coscienza? Di quegli ebrei che, nella lettera alla quale

rispondiamo, sono abbandonati senza rimpianto alla discriminazione, o all’emigrazione? Ma

allora il problema ebraico è risolto; non più nel futuro, ma nel presente; non parzialmente, ma

radicalmente. Resta con noi soltanto un ebreo, l’assertore dell’assimilazione totale, la mosca

bianca dell’ebraismo italiano, il nostro singolare corrispondente; con lui andremo a salutare i

settantamila inassimilati e inassimilabili che, coi rabbini alla testa e un passaporto della Società

delle Nazioni in tasca, muoveranno verso la frontiera, secondo la tradizione dell’ebraismo.

L’ebraismo che – secondo i rabbini – E’ QUELLO CHE E’.

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ISRAEL IGNORA ISRAEL

 

-Siete voi un buon italiano? Mi promettete di esserlo sempre? Sono queste le domande di una

specie di catechismo fascista che si voleva proporre agli ebrei d’Italia; quasi che sia immaginabile

un ebreo che risponda:

-No, io sono un cattivo italiano; né posso impegnarmi per l’avvenire.

Da che cosa nasce questa santa ingenuità, che ha annullato per lungo tempo ogni sforzo di

chiarificazione del problema ebraico in Italia? Non diremo da che cosa nasce, ma diremo quando

è apparsa. E’ apparsa col libro di Paolo Orano, libro che ha avuto una straordinaria fortuna in

ambienti ebraici e su giornali che solitamente hanno in orrore la semplice discussione del

problema ebraico. Questo libro – del quale non discuteremo né l’informazione né l’esposizione –

ha aperto in Italia la grande cataratta dell’ingenuità. Si è finalmente scoperto, in Italia, che cos’è

una questione ebraica e come va risolta. Si tratta appunto di fare ciò che in principio dicevamo:

un catechismo, al quale gli ebrei rispondano con un sì o con un no, singolarmente o per

comunità, subito o dopo matura riflessione: - Siete voi italiano? - Sì, per grazia di Israele. – Siete

voi buono italiano? -Buonissimo, sulla fede del Talmud. – Sarete sempre italiano al cento per

cento? – Dormite fra due guanciali!.....

E la questione ebraica è risolta, secondo Paolo Orano e i suoi ammiratori. Infatti, fu lì lì per

essere risolta: autorevoli personaggi ebrei, finalmente toccati dalla grazia, hanno “disconosciuto”

il massimo organo ebraico di stampa, il settimanale “Israel” che è al suo ventiduesimo anno di

vita dopo averne vissuti altri settantasei sotto il nome di “Corriere israelitico”; un giornale, che gli

ebrei hanno tenuto in vita per circa un secolo, attraverso tutte le peripezie della vita politica

italiana, leggendovi sempre che “…..mia è tutta la terra: ma voi sarete un reame di sacerdoti e

una gente consacrata”. Ora questa gente consacrata, di punto in bianco, sconfessa il suo organo

per testimoniare di essere puramente e semplicemente italiana; ma allora ieri, e ieri l’altro, e un

anno fa e novantotto anni or sono…..non lo era?

Sublime ingenuità dei catechisti d’italianità; se bastava una diffida a risolvere la questione

ebraica, perché non farla prima? Perché tanto ritardo? Questi valentuomini israeliti, fino a ieri

polemizzavano col “Tevere” difendendo “Israel”; eppure “Israel” non ha fatto oggi nulla di peggio

di quel che face nel ’32 e nel ’34 e anche anteriormente, tutte le volte che noi gli davamo sulla

voce. “Israel” pubblicava le cronache ebraiche dalle province, e noi le mettevamo in archivio,

diligentemente; c’erano i più bei nomi dell’ebraismo che oggi si definisce italiano al cento per

cento, e le sottoscrizioni e gli appelli e le lacrime e le espansioni e le invocazioni per Erez Israel

non si contavano. Il giornale portava la sua divisa orgogliosa: “gente consacrata”; e, in parallelo

con gli organi ebraici di fuori i confini, agitava i problemi di una patria che non era precisamente

l’italiana, e di tutti gli avvenimenti e gli uomini del mondo dava la sua interpretazione ebraica, con

soddisfazione ed edificazione di quella parte di “popolo eletto” che vive nella penisola tenendo

d’occhio l’era messianica. Questo faceva “Israel”; valeva la pena di aspettare l’anno 5697 per

disconoscerlo?

E poi, che cosa significa questo “disconoscimento”? Da chi procede? Da un’autorità israelitica

che abbia poteri per farlo? O da un gruppo di persone che ha interesse di farlo oggi? E, ancora:

questo “disconoscimento” è ridicolo, giacché, in Italia, è il Regime che può sconfessare e

annullare un’attività, non i privati che, in questo caso, vanno “ultra petita”. Come se la

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propaganda sionistica (che è propaganda fondamentale religiosa) potesse essere annullata di

colpo, con un “disconoscimento” di coloro che la facevano o la accettavano; come se la

professione di italianità potesse essere una cosa conveniente oggi e non conveniente ieri,

necessaria secondo il vento delle polemiche e gli umori politici.

Non ci stavamo forse prestando a una sottilissima manovra ebraica? La classica ingenuità del

non ebreo non avrebbe fatto il gioco degli ebrei, accettando una tesi veramente idiota per la

soluzione di un grave problema, insoluto da duemila anni? Perché questa processione di ebrei

dietro alla tesi di Paolo Orano? Da una parte, si agitano i rabbini: non toccate la religione ebraica.

Dall’altra si muovono gli antirazzisti, che hanno orrore di una discussione zoologica; ohibò! In

mezzo sta il catechista che risolve tutto con una professione di fede. – Ditemi, oh! Ditemi che

siete dei buoni italiani, ma ditemelo sinceramente, una buona volta, correndo l’anno 5697! E il

coro degli ebrei risponde: noi siamo italiani al cento per cento, tanto è vero che andiamo a

sconfessare il nostro giornale.

Oh, illusi noi, che credevamo la questione ebraica doversi porre e risolvere in maniera concreta

con l’identificazione delle possibilità che uomini d’altra razza (di inassimilabile e inassimilata razza

sedicente “consacrata” ed “eletta”) hanno di partecipare alla vita collettiva di una ben definita

nazione, in un ben definito momento della sua affermazione politica. Noi credevamo che si

dovesse, prendendo in esame la questione ebraica, procedere a una revisione di valori, giudizi, di

tendenze, di orientamenti; a un severo controllo delle attività più delicate dello spirito, perché non

risultassero più, come disgraziatamente oggi risultano, deformate e inquinate da una mentalità

che è estranea, assolutamente estranea, alla nostra; e che sulla nostra si esercita con sottile

ostinazione attraverso innumerevoli vie per debilitarla e disorientarla; in ogni caso, per

adulterarla.

Il dottor Chaim Weizmann, notabile sionista, dice che “la storia del popolo ebreo in Europa è

una storia di adattamento buono o cattivo, abile o no, ma sempre una storia d’adattamento, di

PENETRAZIONE IN UN ORGANISMO VIVO. Quando gli Ebrei erano poco numerosi, questa

penetrazione si faceva senza dolore: quando gli Ebrei erano numerosi, non si faceva senza

dolore: non senza dolore per gli Ebrei, e non senza dolore per gli altri”.

Per gli italiani, basterebbe un interrogativo per farsi penetrare senza dolore?

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DEMOCRAZIA = EBRAISMO

 

Un congresso ebraico si riuniva intanto a New York. Dal deputato inglese Wedgrood il

congresso riceveva un telegramma così concepito: “Il mio più cordiale consenso all’American

Jewish Congress che intende fondare il fronte democratico del giudaismo universale per la difesa

dei diritti dell’uomo. La sorte della democrazia e la lotta per i diritti del popolo ebraico trionferanno

o cadranno contemporaneamente. L’unione degli uomini fautori del progresso assicura la vittoria”.

Questo telegramma dice tutto. Gli ebrei d’America dicono di voler organizzare il fronte unico

dell’ebraismo universale, agitando lo spauracchio dei regimi autoritari dei quali “sono vittime

designate cinque milioni di ebrei d’Europa”. Ma poiché l’ebreo ama combattere sempre per

interposta persona, ecco che il congresso americano intende confondere in una sola le due

cause dell’ebraismo e della democrazia. Fronte unico degli ebrei e fronte unico degli ebrei e dei

democratici. Essendosi delineato un conflitto, finora puramente ideologico, tra i regimi autoritari e

le cosiddette democrazie, l’ebraismo si colloca alle spalle della democrazia nella speranza di

parare i colpi e di arrivare incolume alla conclusione. Ecco dunque la necessità di riaffermare

l’identità tra ebraismo e democrazia; ed ecco il motivo del congresso.

E’ un peccato che la stampa ebraica sia trascurata in Italia dai non ebrei. Qualcuno di noi legge

i settimanali che si stampano nel regno; ma non si tratta di questi foglietti ammaestrati. La stampa

ebraica che ci può efficacemente illuminare sul problema ebraico e sulle vere intenzioni degli

ebrei è quella che si pubblica oltre i confini, nei paesi in cui gli ebrei godono della più larga

impunità. L’impunità diventa presto sincerità e la sincerità arroganza. E’ allora che si apprende

come l’ebraismo non intenda disarmare di fronte ai nuovi regimi nazionali sorti in Europa, come

anzi voglia organizzarsi per una guerra senza quartiere, in ogni parte del mondo, sotto i colori

della democrazia, per ingannare ancora quei pochi idioti che nella democrazia credono.

Se non vivessimo in un tempo in cui ogni concezione vecchia ed antiquata deve esser riveduta

– così dice uno di questi fogli ebraici dell’Europa orientale, il Nepünk – potremmo anche rimanere

nei limiti di una pacifica comunità religiosa. Ma così potrebbe parlare soltanto un ebreo arretrato

con le idee di prima del 1914; non un ebreo di oggi. L’ebreo di oggi pensa, col Congresso ebraico

americano, che giudaismo e democrazia sono sostanzialmente la stessa cosa. Sia data lode agli

ebrei americani che hanno manifestato apertamente la necessità per gli ebrei di tutto il mondo di

serrare le file a difesa delle idee democratiche. Soltanto la democrazia può salvare gli ebrei, in

particolare i cinque milioni di ebrei dispersi in Europa. “Noi non vogliamo saperne – conclude il

Nepünk, cioè “La nostra gente” – non vogliamo saperne di regimi autoritari. Noi siamo i più

profondi interpreti della democrazia e dobbiamo anche esserne i più autentici araldi. Hanno fatto

bene gli ebrei di New York ad affermare apertamente che i cinque milioni di ebrei d’Europa,

minacciati dai Fascismi, hanno una sola salvezza: la lotta aperta per la democrazia vera ed

universale”.

Se c’è ancora qualcuno che non è ben persuaso della fondamentale avversione ebraica per i

regimi sorti da una riaffermazione dei valori nazionali, costui faccia un passo avanti. Gli daremo

da leggere e da mandare a memoria la cronaca di queste innumerevoli adunanze giudaiche, in

cui il volto dell’antifascismo si confonde con quello d’Israele, per fare una sola maschera

democratica, destinata a precipitare il mondo in una nuova tragedia. La democrazia ha scatenato

la forza disgregatrice dell’ebraismo, e l’ebraismo insorge in difesa della democrazia. “Noi non

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chiediamo – dicono ancora gli ebrei del Nepünk; e, bontà loro, sono modesti! – noi non chiediamo

le loro terre né i loro valori statali; chiediamo solamente il posto al sole. Ma per assicurarsi tale

modesto diritto è necessario che la democrazia universale trionfi sulla reazione e sui sistemi

autoritari”. L’ebraismo difende se stesso nella democrazia. Dietro i logori luoghi comuni che

sentiamo ripetere, con monotona ostinazione, in Inghilterra e in America, in Francia e in

Cecoslovacchia, dovunque l’ebraismo ha in mano le leve di comando dei regimi detti democratici,

c’è l’arrogante proposito del popolo eletto: “mia è tutta la terra”. La democrazia semina, Israele

raccoglie. Il giorno in cui la democrazia trionfasse dei regimi nazionali, la dominazione ebraica sul

mondo sarebbe un fatto compiuto; irrevocabile, se non con la violenza della disperazione.

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GLI EBREI IN ITALIA

 

Con la nota n.14 della Informazione Diplomatica la questione degli ebrei in Italia viene posta e

definita ufficialmente, fuori dalle polemiche giornalistiche che l’hanno, e non invano, sviscerata.

Le polemiche giornalistiche, che la nota dell’Informazione convalida apertamente là dove dice

che esse sono suscitate “dal fatto che le correnti dell’antifascismo mondiale fanno

REGOLARMENTE capo ad elementi ebraici”, hanno avuto il merito di porre davanti all’opinione

pubblica i crudi termini di un problema che la maggior parte degli italiani ignorava e che buona

parte dei fascisti trascurava. Contrariamente, dunque, a quanto hanno detto e dicono alcuni

giornali d’oltre confine e d’America, la polemica antiebraica, in Italia, non meritava né di essere

sottovalutata né sopravalutata; ma da chi avesse un minimo di buon senso avrebbe dovuto esser

considerata per quello che era, cioè per una diagnosi coraggiosa e rigorosa, accompagnata da

prognosi riservata. A questo punto, mentre la stampa straniera farnetica di sviluppi o di battute

d’arresto, a seconda del gusto particolare di ogni foglio, interviene la presa di posizione dei circoli

responsabili, la quale è una presa di posizione nettamente politica.

Primo punto: si identificano le correnti dell’antifascismo mondiale con l’ebraismo.

Secondo punto: si auspica la creazione – non in Palestina – di uno stato ebraico, capace di

rappresentare legalmente le masse ebraiche disperse nei diversi paesi. Il che vuol dire che

l’ebreo è da considerare straniero in attesa di sistemazione nazionale definitiva e soddisfacente,

per lui e per chi lo ospita.

Terzo punto: si stabilisce – finalmente! – sulla base delle eloquenti cifre, una proporzione tra

ebrei e italiani, e si sottolinea l’inammissibilità delle sproporzioni. In altri termini, appunto perché

in Italia gli ebrei non si contano a milioni, ma costituiscono una esigua minoranza, il rapporto da

esigua e trascurabile minoranza a maggioranza schiacciante deve essere sempre rispettato e

restaurato ove più non lo fosse. Questo rapporto numerico è scandalosamente violato. Il libro del

prof. Livio Livi sugli Ebrei alla luce della statistica, per quanto bisognoso di aggiornamenti, fa

ancora testo; noi ci siamo riferiti a questo studio per affermare che il rapporto è stato violato, e

che la violazione è inammissibile.

Quarto punto: niente abiure religiose o assimilazioni artificiose; vale a dire che la questione

ebraica è sottratta all’alibi religioso che molti ricercano, per suscitare pietà, solidarietà e scandalo;

e viene sottratta anche la manovra assimilazionistica, anche questa da respingere nettamente col

conforto dell’esperienza storica e della precisa testimonianza dell’ebraismo. L’assimilazione non è

voluta dagli ebrei, non è desiderata dal Governo fascista; non risolverebbe il problema, come non

lo ha risolto lungo i millenni; non è suggerita che per rinviare alle generazioni future un problema

presente.

Quinto punto: gli ebrei venuti di recente nel nostro paese. Questo è un aspetto

apparentemente parziale del problema, ma è, in sostanza, tutto il problema. Nei nostri confronti, e

alla luce della storia d’Italia, tutti gli ebrei sono venuti di recente. E’ venuto assai di recente l’ebreo

fuggitivo dalla Germania e meno di recente l’ebreo calato dalla Galizia; ma tutti sono ospiti recenti

di fronte all’antica razza italiana, padrona della sua casa. Si pensi al banchiere Toeplitz, fino a

prima del Fascismo arbitro della vita economica dell’Italia; i necrologi or ora pubblicati hanno

appreso agli italiani che egli era cittadino italiano soltanto dal 1895; il suo diritto a dirsi nostro pari

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e ad agire in conseguenza non aveva cinquanta anni; un po’ troppo “recente” per l’attività che

riusciva a svolgere.

Il Governo fascista ha dunque posto con chiarezza e decisione il problema degli ebrei che

vivono in Italia. I 44 milioni di Italiani sanno che cosa pensare e che cosa attendersi dalle 70 mila

unità ebraiche che il paese ospita.

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CONFUSIONE DELLE RAZZE E DELLE LINGUE

 

Un giornale di Roma, cattolico, con un coraggio che non può dirsi leonino – come ora si vedrà

– ma certamente asinino, si giova di certi risultati oratorii ottenuti in alcuni congressi internazionali

– Congresso d’antropologia del luglio 1937, svoltosi, sentite un po’, alla presenza di “Albert

Lebrun, presidente della Repubblica francese” (segni d’attenzione); e Congresso degli eugenisti,

tenuto ancora a Parigi nel ’37 – per respingere il razzismo….germanico, per definire la cosiddetta

“nuova teoria” come “cervellotica e fallace”. Si badi bene: il razzismo germanico. Di quello italiano

quel giornale ha parlato qualche anno fa per bocca di un prete loquace, ma improvvisamente

ammutolito, quando gli fu detto che la dimostrazione dell’ insuperabile diversità di razza era

dimostrata dall’esistenza di lui somaro, operante in mezzo agli uomini per mimetismo

antropomorfico.

Tant’è, il giornale cattolico non ama il razzismo….germanico, e se ne appella al Congresso che

la presenza del presidente della Repubblica francese ha certamente reso, per un cattolico,

attendibile. Ma si appella anche a un professore italiano, che partecipò un anno fa al Congresso

delle Società latine (sic) di eugenia, e vi pronunziò alcune sentenze degne di storia. Si tratta, se

permettete che si facciano nomi, del prof. Corrado Gini, meglio conosciuto come cultore di

statistica che non come pilastro dell’eugenica. Il professore Gini, dice il giornale cattolico che ne

fa uno dei suoi testi, avrebbe detto che “l’etnografia del Reich, come anche quella dell’Italia,

palesa un apporto di razze le più varie e le più lontane”. Questa affermazione si presta a varie

considerazioni. Intanto si può domandare al giornale chi gli ha fornito la citazione, se non il gentile

professore Gini in persona, giacché di quel Congresso e delle memorabili parole pronunciatevi

dal Gini c’è traccia assai sommaria nella Revue antropologique del gennaio-marzo 1938, con

queste diverse parole: interviene il “signor prof. Gini (il quale) opina che è necessario porre i

problemi demografici sotto il loro aspetto particolare e che è interessante discutere i problemi

eugenici indipendentemente dai pregiudizi razzistici”. Questo è tutto; è poiché il detto prof. Gini

rispondeva a un discorso del presidente del Congresso, Apert, secondo il quale “l’applicazione

delle conoscenze acquistate in Eugenica varietà secondo lo stato di civiltà, il modo di governo, le

abitudini, le concezioni sociali; non è più una scienza ma un’arte, che dipende dall’arte di

governare”, accettiamo la versione artistica di questo Congresso e l’arte di respingere senza

discussione i “pregiudizi”, arte nella quale, come tutti sanno, il professore Corrado Gini eccelle

per motivi suoi particolari.

Ma l’arte non è la scienza, e il giornale cattolico cerca più solide referenze. Infatti, è la scienza

che alla fine viene chiamata in soccorso, una scienza, se volete, sui generis, giacché è la “Gaia

scienza” di Nietzsche; ma non importa. E assistiamo all’incredibile trovata di un giornale cattolico

che fa suoi i testi di Nietzsche per combattere il razzismo….germanico, nella certezza che i suoi

lettori, non conoscendo neppure per prossimo lo scrittore citato, lo prenderanno per uno dei

Dottori della Chiesa, o almeno per uno dei predicatori quaresimalisti. Dice Nietzsche nel brano

citato che egli non si sente né umanitario (gli si può prestar fede) né abbastanza nazionalista, e

che preferisce vivere sulle montagne ed essere “inattuale”. La testimonianza di Nietzsche, è

come voi vedete, capitale; e il giornale cattolico potrebbe farsi iniziatore di un processo per la

beatificazione del teorico del Superuomo e nemico della morale cristiana e del cristianesimo,

tanto il razzismo urge alle porte e l’esercito degli antirazzisti ha bisogno di truppe. Al di là del

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Bene e del Male, con Zarathustra, Corrado Gini e il presidente Lebrun, contro il

razzismo….germanico, per la confusione delle razze e delle lingue, avanti, in nome di

Dio!....(…Ma è proibito pronunciare il nome di Dio invano.)

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ERA TEMPO

 

A un certo punto della polemica sul razzismo fu detto che, sbaragliati gli avversari in buona e in

mala fede, affermata polemicamente la necessità di un razzismo italiano, chiariti i primi principii di

una dottrina razziale, la parola passava di diritto alla scienza. Gli studiosi fascisti avevano il diritto

e il dovere di chiarire scientificamente i concetti fino ad allora volgarizzati sui giornali in

contraddittorio con gli assertori della confusione biologica e con gli interessati al meticciato; gli

studiosi fascisti non potevano trascurare più oltre l’esame e la soluzione di un problema che

necessità politiche e sociali avevano portato al primo piano dell’attenzione nazionale e

internazionale.

Il silenzio della scienza – diremo così, ufficiale – poteva sembrare sospetto. Ci sono,

nell’insegnamento universitario, bene identificate correnti che negano l’impostazione del

problema razziale nei termini che ai nostri lettori sono ormai familiari; non solo, ma si oppongono,

in base a teorie scientificamente claudicanti, avvolarate soltanto dal….....……………………………

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EBREI, RAZZA E CULTURA

 

La constatazione che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” ha una portata duplice:

biologica e culturale. Biologica in quanto, accompagnandosi con la volontà decisa di

salvaguardare la pura razza italiana da incroci con razza extraeuropee che ne debiliterebbero i

caratteri, la questione dell’assimilazione ebraica – del resto sempre respinta dagli ebrei in nome

della loro legge politico-morale – viene nettamente respinta senza discussione. Noi non

assimileremo ebrei, attraverso matrimoni misti, più di quanti finora non ne abbiano assimilati. Noi

ci difenderemo da quella esigua frazione dell’ebraismo che vuole conquistare le altre nazioni

addirittura attraverso il sangue.

Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; gli ebrei appartengono a una razza extraeuropea;

l’incrocio con razze extraeuropee è pernicioso e perciò inammissibile. Di queste

conclusioni razzistiche – dirà qualcuno – che ne pensano gli ebrei? Gli ebrei consentono. Gli

ebrei consentono da millenni, e consentono anche oggi. Essi si dichiarano razza distinta dalle

altre (e in più eletta, il che è certamente discutibile), e desiderano rimaner distinti dalle razze con

le quali, ahimè, convivono.

Dicono i Rabbini d’Italia, in un opuscolo già da noi altre volte citato1 “Conservando fedeltà al

nostro SANGUE, alla nostra storia e alla nostra missione non veniamo meno a nessun altro

nostro dovere (pag.15)”. E più oltre ancora, con una nota patetica, il corpo rabbinico impetra dai

giovani ebrei la non assimilazione, il mantenimento della purezza del sangue ebraico,

l’isolamento più assoluto in seno alle popolazioni che ospitano gli ebrei, la mentalità del ghetto, il

quadrimillenario razzismo di questa gente: “Ed a suo tempo (pag.16) ricreate su basi interamente

ebraiche la vostra nuova casa, SENZA CEDERE A LUSINGHE D’ASSIMILAZIONE.

L’antico sciofàr risuona perché restiate ebrei, per chiamarvi alla vita, perché abbiate a salvare

voi stessi ed i vostri figli, NON PERCHE’ CORRIATE ALL’ANNIENTAMENTO”.

Ebbene, tali restino i nostri ospiti, e la situazione sarà ancora più chiara. Non saremo costretti a

chiedere un censimento rigoroso degli ebrei e dei mezzi ebrei e dei quarti d’ebrei per vedere fino

a che punto Israele è penetrato nel vivo della compagine nazionale.

Ebrei, non italiani, hanno voluto rimanere ebrei per quattromila anni, vogliano rimanere ebrei

anche oggi, anche nell’avvenire. Stranieri, dunque, stranieri in casa di altri. E stranieri che, se non

amano, anzi temono come annientamento l’assimilazione, sono a loro volta da evitare come

elementi perniciosi alla purezza della razza che li ospita. Essi respingono l’assimilazione, noi

respingiamo l’assorbimento; le leggi biologiche dicono chiaramente che cosa è l’ibridismo.

Siamo dunque perfettamente d’accordo, in linea di principio, anche con gli ebrei; una barriera

di razza ci divide; insuperabile. E allora? E allora l’ebreo al suo posto, e noi al nostro. Il razzismo

italiano difenderà la pura razza italiana da ogni soperchieria.

Dalla biologia, passiamo alla cultura. Il fenomeno ebraico, in Italia, ebbe il carattere di rapida

presa di possesso degli strumenti della cultura. Quando la nostra cultura si sia ebraizzata, per

opera del controllo ebraico, sarà studiato altra volta; si può dire senza tema di smentita che il

distacco dalle tradizioni del genio particolare dell’Italia, l’adesione a forme e mode di cultura

europeistica, l’abbandono di ogni contatto con le radici popolari dell’arte, le scandalose

affermazioni di un’arte senza caratteri nazionali – musica, pittura e architettura – sono il velenoso

1 Vedi il capitolo: L’ebraismo è quello che è.

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frutto dell’influenza ebraica sulla vita intellettuale italiana. La insurrezione continua, ostinata e

violenta di pochi contro gli internazionalismi artistici non rispondeva che alle necessità di

contenere prima e distruggere poi l’inquinamento giudaico della nostra intelligenza. Si è visto con

orrore qualche giovane non rendersi conto di questa minaccia e parteggiare incoscientemente

“per l’arte senza confini” per l’arte che non ritaglia i suoi figurini sulla carta politica di una nazione.

Disgraziato! Come se l’arte potesse vivere senza radici nel paese che la vede nascere ed

affermarsi, come se si potesse fare astrazione dal genio della razza nella vera creazione artistica!

Abbiamo anche udito pronunciare compiacenti teorie di stantio sapor liberale circa i rapporti tra

arte e politica; come se la politica fascista fosse una politica e non fosse la politica, l’unica politica

ammissibile per la nazione italiana, non fosse il metodo della nazione italiana per riconoscersi,

affermarsi, trionfare. La cultura italiana è fortemente ebraizzata; bisogna disintossicarla. La vita

universitaria è nettamente dominata dagli ebrei. Non basta liberarsi da questi, occorre rivedere

tutto l’ordinamento che essi hanno imposto agli studi, con il proposito di modificare la vera natura

dell’Italia. L’invasione ebraica si giova delle più impensate vie per raggiungere i suoi fini; si serve

della letteratura, del teatro, del cinema, delle esposizioni, dei concerti, della carta stampata in

genere per alterare i caratteri della razza, per modificarne gli attributi virili e dominarla. Come

altezzosamente confessava Heine, anche la conversazione può servire: il battesimo era per

Heine “UN BIGLIETTO D’INGRESSO CHE APRE LA PORTA DELLA CULTURA EUROPEA”.

Ora noi non abbiamo bisogno di spirito ebraico nella nostra cultura; e chiudiamo la porta agli

indesiderati ospiti perché vogliamo restare noi stessi.

E dopo aver chiuso la porta, occorre rimetter l’ordine nella casa che ha subìto fino a ieri, con

buona grazia, l’invasione. L’ordine; secondo il genio nazionale italiano, secondo un esclusivismo

più alto di quello ebraico, secondo il costume nostro che il Fascismo proclama e difende.

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ROMA E GLI EBREI

 

L’antisemitismo – dice qualcuno – è inammissibile. E’ una stupidità, o una crudeltà, o le due

cose insieme. Le persecuzioni antisemitiche (meglio si direbbe antiebraiche, per non confondere

gli ebrei con altri popoli estranei alla contese) sono testimonianze di inciviltà e di stoltezza; non

c’è argomento che possa servire a difenderle.

La questione dell’antisemitismo è antica come i semiti; e non saremo noi a rintracciarne la

storia. Ripeteremo soltanto con l’ebreo Bernard Lazare – autore della più completa e imparziale

storia dell’antisemitismo – queste significative parole: “Mi è parso che un’opinione così universale

come l’antisemitismo, fiorita in tutti i luoghi e in tutti i tempi, prima dell’era cristiana e dopo, ad

Alessandria, a Roma e ad Antiochia, in Arabia e in Persia, nell’Europa nel Medioevo e

nell’Europa moderna, in una parola in tutte le parti del mondo ove ci sono stati o ci sono degli

ebrei, mi è parso che una tale opinione non poteva essere il risultato di una fantasia e di un

capriccio perpetuo, e che il suo sorgere e il suo permanere dovevano avere ragioni serie e

profonde”.

Abbiamo citato un ebreo, e un’opera universalmente considerata attendibile, per rimanere sul

terreno dell’imparzialità scrupolosa. Dunque, secondo un ebreo che ama e difende gli ebrei,

l’antisemitismo non è né una stupidità né una crudeltà né una vigliaccheria, ma un’opinione

universale; e un’opinione che ha le sue serie e profonde ragioni. Basta infatti tener presente la

storia millenaria degli ebrei per intendere che una ragione, o mille ragioni, ci devono essere per

giustificare un’avversione antiebraica così insuperabile.

A noi interessa, particolarmente, il rapporto tra Roma e gli ebrei. Non si dirà che Roma – la

Roma dei Cesari e quella dei Papi – sia un’affermazione della stoltezza umana. Eppure

l’antisemitismo fiorì in Roma non appena l’ebreo vi apparve; e vi durò, con intensità varia, col

durarvi degli ebrei. Dice ancora l’ebreo Lazare, nel citato suo studio: L’ebreo è in sociabile. Egli è

in sociabile perché esclusivista, e il suo esclusivismo è insieme politico e religioso, o, per meglio

dire, appartiene al suo culto politico-religioso, alla sua legge”. Con questo si spiega

l’antisemitismo, ma si spiegano anche le brevi parentesi di tolleranza. Perché è bene subito

parlare di queste, allo scopo di sbarazzare il terreno dalle maliziose obiezioni degli ebrei che si

rifanno a questo o a quell’imperatore, a questo o a quel papa dimostratisi benevoli con gli ebrei,

nel corso della lunga storia dell’antisemitismo universale. Non fu benevolenza; fu debolezza,

quando non fu calcolo. E queste brevi parentesi di tolleranza non fanno che annunziare una

nuova fiammata di avversione e nuove repressioni.

Gli ebrei costituiscono a Roma, nei primi anni dell’era cristiana, un’agglomerazione

considerevole. L’ebreo Bernard Lazare dice che essi erano “molto turbolenti e temibili”. Ma già

Cicerone, 58 anni avanti Cristo, nella sua orazione Pro Flacco, aveva detto ai suoi ascoltatori:

“Voi sapete quanto la loro moltitudine è considerevole, come essi sono uniti, come essi

influenzino le nostre assemblee.” La tolleranza dei primi tramonta; affiora in Roma, che non

l’aveva ancora conosciuta, l’avversione antiebraica. La condanna degli ebrei è pronunciata da

Ovidio, da Petronio e da Tacito, da Svetonio e da Giovenale; anche Plinio e Seneca non

risparmiano quegli stranieri. Si tratta di gente incivile, di fanatici o di stolti?

E cominciano le azioni repressive. Una prima espulsione parziale sarebbe stata ordinata, in

occasione dell’arrivo di una ambasceria dei Maccabei, prima ancora che Tiberio avesse pensato

di confinare circa quattromila ebrei in Sardegna, “per farli perire colà” dice il dott. Blustein – ebreo

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– nel suo studio sugli Ebrei in Roma. Caligola, Domiziano, Antonino il Pio si videro costretti a

limitare i privilegi degli ebrei. Claudio li mise addirittura alla porta; secondo Svetonio “Claudio ha

espulso gli ebrei i quali, istigati da un certo Cresto, provocarono continui disordini nella città”. Di

questo passo si va avanti per tutta la storia romana, seguendo le fasi che uno studioso

dell’antisemitismo ha dedotto da un’osservazione intelligente dei fatti ebraici: simpatia, tolleranza,

odio, ostilità, repressione. (Il prof. Siegfried Passarge, dell’Università di Amburgo, nel suo libro

sugli ebrei, ha constatato l’esistenza di cicli nell’attitudine dei non-ebrei verso gli ebrei; di tali cicli

ecco lo sviluppo: PRIMA TAPPA – Installazione. Gli ebrei arrivano in un paese i cui abitanti non

hanno alcun pregiudizio a loro riguardo. Li si accoglie più o meno festosamente. Nell’antichità e

fino al XVII secolo, si era spesso felici di accoglierli. SECONDA TAPPA – Affermazione. Gli ebrei

sono tollerati o godono di un trattamento di favore, e così consolidano la loro situazione. TERZA

TAPPA – Apogeo. Gli ebrei si distinguono per la loro ricchezza e per il loro credito. In taluni ceti

del popolo un sentimento di malessere, d’invidia e di odio comincia a nascere. QUARTA TAPPA

– Resistenza. Si entra in un periodo di assalti e di lotte alternati con periodi di calma. L’irritazione

del popolo è generalmente contenuta dal clero e dal governo. QUINTA TAPPA – Ostilità aperta. Il

popolo, esasperato, rompe ogni ostacolo e massacra gli ebrei. Oppure l’autorità previene il

massacro espellendo gli ebrei. Il ciclo ricomincia in un altro paese.)

Ma arrivano i Papi; la Chiesa che prega per la conversione dei giudei; che non fa distinzione di

razza, ma di fede, che divide con gli ebrei i testi sacri della sua dottrina. Che fanno i Papi contro

gli ebrei in Roma? Ecco un breve excursus di antisemitismo cattolico. Il papa Silvestro ingiuria gli

ebrei; Sant’Agostino li chiama falsari; altri Santi consigliano di odiare gli ebrei; San Giovanni

Crisostomo li chiama ignoranti, miserabili e atti soltanto al male. Lasciamo i Santi, parliamo dei

Papi. “I Sovrani Pontifici – scrive un altro ebreo, Emanuele Rodocanachi, nel volume “Le Saint

Siège et les juifs” – avevano un bell’ordinare, regolamentare, legiferare; dopo pochissimi anni, gli

ebrei riprendevano insensibilmente le loro antiche pratiche, trafficavano come prima, si

mescolavano ai cristiani e spesso trovavano modo di eludere le nuove esigenze del fisco. Nulla

stancava la loro perseveranza. La frequenza delle ordinanze che li concernono prova la loro

scarsa efficacia”.

Forse anticipando la scoperta dell’illustre difensore della fede Maritain, i Papi pensavano che

gli ebrei non fossero una razza in senso biologico, ma un “corpus mysticum”, da addomesticare

convenientemente. Così si spiegano i privilegi accordati da qualche Pontefice alla comunità

ebraica di Roma, e l’immediata corsa ai ripari con severa stretta di freni. Paolo IV sopprime le

concessioni fatte da Paolo III; Pio IV rincara la dose. “Il 15 luglio 1555 Paolo IV pubblicava la sua

famosa e severissima costituzione sugli ebrei…. Fin dal 24 luglio, il Vescovo d’Istria, Vicario

Generale di Roma e incaricato di applicare l’ordinanza del Sovrano Pontefice, ne faceva affiggere

il contenuto….sulle principali piazze della città; e l’indomani…tutti gli ebrei venivano rinchiusi in

una strada. Si costruì immediatamente attorno alla cinta riservata agli ebrei, per isolarla

completamente, un’alta e spessa muraglia, interrotta soltanto da due porte…” (Rodocanachi, op.

cit.)

Comincia l’obbligo, per gli ebrei, di farsi riconoscere a mezzo del vestito. “L’articolo terzo

(dell’ordinanza di Paolo IV) istituiva, per gli ebrei, l’obbligo di portare un segno distintivo. Per le

donne ebraiche il segno distintivo (un drappo giallo) era uguale a quello delle prostitute; con cui

avevano in comune anche la giurisdizione, le pene, il luogo di sepoltura, la proibizione di

mascherarsi in carnevale.

Si proibiva inoltre agli ebrei di lasciarsi chiamare “signore”.

Ogni industria, ogni commercio, tranne quello degli stracci vecchi e dei ferri vecchi, è proibito

agli ebrei, e l’ordinanza del Vescovo d’Ischia specifica che essi si asterranno assolutamente dal

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trafficare sui grani, gli orzi, i frumenti, gli olii e altri oggetti necessari all’alimentazione”.

(Rodocanachi, op. cit.)

Dopo il 1572 si cercò, con le buone maniere. Di sopprimere gli ebrei convertendoli: “Un

domenicano commentava al lume della liturgia cattolica un passo dell’Antico Testamento: e

quando un disgraziato ascoltatore dimostrava di esser preso dal sonno, la sua attenzione veniva

svegliata a colpi di nerbo di bue applicati sulle spalle.” (Hayward